Le
radici tagliate dell'albero di Natale.
Nell'anniversario
della nascita di Gesù prevale il frastuono delle bombe.
E l'ipocrisia di una falsa fratellanza che sembra
piuttosto una resa.
Stiamo per celebrare un altro Natale: il
duemillesimo e uno dell'era di Cristo. Quel Cristo che è
venuto a portarci la pace e che noi spesso abbiamo
accolto non con le nenie delle zampogne ma con il fragore
delle guerre. Anche quest'anno. Si svolgono lontano, ma
ci sono. Portano distruzione in lande sconosciute,
uccidono uomini diversi, per la foggia
dell'abbigliamento, per la religione che professano, per
le tradizioni che si tramandano, per le regole alle quali
ubbidiscono, ma ci sono. Ci coinvolgono per lorrore
alla vista di bambini orfani ed affamati, di arti
mutilati, di visi sconvolti dal dolore, di corpi senza
sepoltura, di massacri terrificanti. E ne discutiamo, ma
esse continuano, mentre da noi il trantran riprende il
sopravvento, tra beghe e problemi, gioie e preoccupazioni.
E magari tra l'indifferenza da assuefazione.
Non è un felice "bentornato fra noi" quello
con cui accogliamo il Signore, se al posto del rintocco
delle campane, o frammisto ad esso, c'è il boato delle
bombe ed il crepitio delle mitragliatrici. In
Afghanistan, in Israele e Palestina, ed in altre ventotto
contrade del mondo. Ventotto, in Medio ed Estremo Oriente
ed in Africa, ove si lotta tra musulmani e contro
musulmani. E contro cristiani. Guerre che definiamo
terrorismo o guerriglia, magari anche eufemisticamente
"azione di polizia internazionale", per
distinguerle dalle guerre tradizionali, ma seminano
comunque morte ed odio e quella voglia di rivincita e di
vendetta, o anche soltanto di giustizia, che non
garantisce la pace, anzi l'allontana.
Qualcuno tra i miei lettori mi farà notare che il Natale
è cristiano, è festa religiosa dell'Occidente, non del
mondo islamico o ebraico, induista o animista. E che in
Occidente non ci scanniamo più tra di noi, che noi la
pace l'abbiamo raggiunta, insieme a quel grado di civiltà
e tolleranza che ci permette di accogliere il diverso, di
manifestare la nostra solidarietà, di combattere sì
l'integralismo fanatico dei Talebani e dei loro soci, ma
anche di inviare aiuti e medici, soldi ed assistenti
sociali, vettovaglie e volontari. Ed anche di dedicare
loro una giornata di preghiera e di digiuno, per invocare
la benevolenza di Dio, l'Onnipotente che per noi è
Padre, per gli Islamici Allah. E avrebbero ragione, quei
lettori, se in Occidente, ed in Italia in particolare, ci
si preparasse al prossimo Natale con più parsimonia, non
per paura della recessione, ma per una maggiore
comprensione del suo significato religioso; se non si
confondesse la tolleranza con la rinuncia alla propria
identità, la civiltà con la resa, l'integrazione con
l'annientamento delle tradizioni, che non sono ciarpame
che appesantiscono il passo, ma importanti punti di
riferimento che permettono di non smarrirci nella selva
oscura degli istinti e degli egoismi. Avrebbero ragione,
ma in realtà constatiamo che, per indifferenza ai Valori
portanti della nostra società, si dichiara guerra alle
nostre memorie, all'insegnamento della Storia, alle
conquiste di due millenni di Cristianesimo. Una guerra
che non uccide i corpi ma annienta le anime; non ammazza
i bambini ma ne distrugge il rispetto per i simboli della
Fede; non schiavizza le donne ma cancella il bagaglio
personale di sentimenti, di emozioni, di fede, di
abitudini, senza il quale diventiamo un nulla.
Non mi riferisco solo a quel signor Smith che alla Rai si
è permesso di oltraggiare il Crocefisso definendolo
"un cadavere appeso a due legni, che offende la
sensibilità dei giovani": uno stolto non fa mai
testo. Piuttosto a quei fatti di cronaca che, da caso
sporadico, diventano quasi quotidiani. Penso
all'insegnante che a Paderno Dugnano, in classe, ha
esaltato il chador; ai fondi pubblici con i quali in Val
d'Elsa si finanziano con generosità i Centri islamici;
ai Crocifissi tolti dalle aule a La Spezia; all'idea di
alcuni direttori scolastici di Biella, Bergamo e Milano
di abolire i presepi ed eliminare i biglietti di auguri
illustrati con Gesù, o alla "trovata" di un
docente di Accastello di renderlo più "moderno"
sostituendo la capanna con le Torri Gemelle e presentando
la Madonna con il burqa e il neonato Gesù mutilato;
penso a chi ha deciso di non far cantare ai bambini, a
Natale, il tradizionale "Tu scendi dalle stelle";
a quella professoressa di scuola media che ha redarguito
l'allieva colpevole di essersi fatta, in classe, un
propiziatorio segno della Croce; e a quell'altra che ha
pensato di sospendere le lezioni, durante il ramadan,
"per solidarietà con i compagni musulmani".
Lo confesso, mi capita sempre più spesso, guardando il
sorriso innocente di un bimbetto, di compiangerlo: che
esistenza gli stiamo preparando, mi chiedo, che ricchezza
spirituale gli offriamo, che Fede gli trasmettiamo, che
forza creiamo in lui, che fiducia lo aiutiamo a
costruirsi, in se stesso, nei parenti, negli amici, nella
comunità in cui vive, nella società? Come lo difendiamo
non solo dal terrorismo di un Islam fanatico ed
integralista, ma anche da quello sotterraneo di una
civiltà occidentale che prima ha preferito Mammona a Dio
ed ora pretende, in nome di un falso senso di
fratellanza, di cancellare la propria cultura, di
tagliare le radici di quell'Albero della Vita che una
notte di duemila ed uno anni fa si è fatto Uomo per
insegnarci la strada della pace? No so se sia realistica
lipotesi di una progressiva islamizzazione dellOccidente.
Ma un Natale sempre più pagano, godereccio e senza
simboli non aiuterà certo il Cristianesimo a
sopravvivere. E la sua scomparsa non sarà affatto una
conquista.
Egidio Todeschini
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