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La crisi economica e l’aiuto della Chiesa L’antica tradizione ecclesiale delle opere di carità. Parrocchie e diocesi si mobilitano e s’intensifica l’assistenza ai poveri
Perdura la crisi dell’economia, con il calo della domanda, della produzione, del fatturato e dell’impiego che ne consegue. Fra gennaio e febbraio si sono registrate in Italia 370.561 perdite di lavoro, 4 ogni minuto, con un aumento del tasso di disoccupazione, rispetto al 2008, pari al 46%. Da qui l’impoverimento progressivo dei ceti a più basso reddito: secondo l’ultimo rapporto Eurispes (30/1/2009), il 66% degli Italiani fatica ad arrivare al 20 del mese; e solo una famiglia su tre riesce a risparmiare qualcosa. Una crisi che, come giustamente ha rilevato la CEI, “tocca i singoli, le famiglie, le comunità… e lascia senza garanzie di affidabile sussistenza”. Diagnosi valida a livello nazionale ma, in particolare, nel Sud ove si registra una più alta soglia di povertà. Così, mentre si sprecano, in campo politico, parole, critiche, battibecchi ed ipotesi di soluzioni per far fronte all’emergenza, su proposta del Consiglio permanente dei Vescovi italiani, nelle diocesi si susseguono le iniziative per aiutare le famiglie in difficoltà, in nome di Dio che è “carità”, cioè amore, come ribadito da Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est. Aiuto che serve a far sopravvivere, ma che è suggerito pure dalla convinzione che, per accrescere la ricchezza, occorre rendere gli indigenti partecipi dello sviluppo. Non a caso San Lorenzo, nel 258 d.C., all’imperatore Valeriano che gli chiedeva di consegnargli tutti i beni della Chiesa di Roma, portò i numerosi poveri aiutati dalla comunità cristiana, esclamando: “Questo è il nostro tesoro”. La Chiesa obbedisce da secoli a tale logica con le scuole, gli ospedali e le università, aperti soprattutto ai bisognosi. Don Primo Mazzolari (1890/1959) diceva che “per vedere i poveri bisogna volerli vedere”, come dire: bisogna amarli. Perché solo amando si trovano le soluzioni. Che oggi le diocesi escogitano, grazie alle risorse dell’otto per mille, tramite le proprie organizzazioni come la Caritas e con la collaborazione di altri soggetti, pubblici o privati. Soprattutto con iniziative che producono risultati concreti e che si rifanno ai tanti filantropi rinvenibili nella storia della nostra religione. Tra questi, San Vincenzo de’ Paoli (1581/1660) il quale, nel 1629, fondò a Parigi le “Suore dei poveri” che presero poi il nome di “Dame della Carità”; e, nel 1643, istituì una mensa popolare a San Lazzaro, dando da mangiare a 2000 affamati al giorno. O Don Bosco (1815/1888) che vedeva Dio nella faccia dei più bisognosi e, quando a Torino scoprì il “mercato delle braccia” di adolescenti che vagabondavano per le strade, disoccupati, intristiti, pronti al peggio, e di poveri ragazzi che vivacchiavano alla giornata, li aiutò a cercare lavoro e/o a studiare, aprendo il primo oratorio intorno al quale nascerà il grandioso complesso della casa-madre dei Salesiani. Venendo a tempi più recenti, troviamo Madre Teresa di Calcutta, o, per restare in Italia, San Luigi Orione (1872/1940), da Pio XII non a caso definito “Padre dei poveri, insigne benefattore dell'umanità dolorante e abbandonata”. Dopo il terremoto di Messina, del 1908, che causò 80.000 morti e la distruzione del 91% degli edifici, don Luigi salvò, assistette ed istruì un’infinità di orfani, unendo alla carità del “pronto soccorso” quella della “promozione dei poveri”, convinto che “la salvezza, non solo degli ospedali ma del mondo, sta sotto le due grandi ali: carità e scienza”. Sono solo alcuni nomi, tra i tanti che spiccano in ogni periodo storico, a testimonianza della struttura caritatevole, sociale, educativa e missionaria della Chiesa. Che non viene meno al suo compito neppure ora, né in Italia né in Svizzera, di fronte ad una crisi di dimensioni planetarie. Certo, non dispone di miliardi, ma riesce comunque ad alleviare il disagio del momento a centinaia di migliaia di persone. Dando loro da mangiare nelle mense; accogliendo negli ospizi i “senzatetto” (4.000 solo a Milano); regalando denaro o facendo prestiti, da 2000 a 5000 euro, restituibili a rate e senza interessi; facendosi garante presso le banche per favorire il credito alle piccole aziende; aiutando gli immigrati rimasti senza lavoro, quindi senza possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno, a trovare un’altra occupazione. Non nuova, questa sua vicinanza ai “poveracci”, a chi non ha un lavoro certo, di chi è costretto alla clandestinità, a chi il lavoro lo ha perso e/o a chi deve contare su salari insufficienti. La Chiesa si è mossa per fronteggiare la crisi, frutto di una spirale di sete di ricchezza, su invito del Card. Angelo Bagnasco. Il primo a mobilitarsi è stato l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che, durante l’omelia natalizia, annunciò di aver stanziato un milione di euro in un fondo che ora ha già superato i tre milioni, grazie alle offerte di tanti benefattori. A ruota, molte altre diocesi, dal Nord al Sud, ne hanno seguito l’esempio e fatto proprio l’invito del Papa ad una “rivoluzione morale”, che porti ogni uomo a sentirsi “personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse” e che i poveri possano “mettere a frutto la loro capacità di lavoro”. Il fatto che benefattori pubblici e privati interagiscono con le diocesi, aiutandole nello sforzo di ridurre le difficoltà del momento, che ci rendono più poveri e preoccupati per il futuro, è di buon auspicio: facilita, infatti, il superamento della crisi, ma fa anche sperare che sia l’occasione giusta per ripensare a come assumere un nuovo stile di vita. E a far nostre le parole dell’Antico Testamento: “È meglio avere poco con onestà che molte rendite senza giustizia” Egidio Todeschini 20.3.2009 |