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Aiutiamo l’Africa ma con raziocinio La mancata relazione tra aiuti elargiti e sviluppo conseguito. I tanti mali del Continente nero richiedono terapie diversificate
I dieci concerti “Live8“, svoltisi in simultanea in altrettante piazze del Mondo occidentale, a qualcosa sono serviti: a farci ricordare che c’è un’Africa che soffre. E a farcene parlare, benché non sia facile: sulla sua situazione economica, politica e sociale e sugli aiuti che l’Occidente le ha offerto ed ancora offre si hanno notizie spesso parziali, sovente contraddittorie, sempre tardive. Non è facile neppure sbarazzarsi del complesso di colpa per il passato colonialismo, che blocca l’interventismo concreto degli Stati d’Europa. E non è facile individuare la terapia giusta per sanare quel Continente da tutti i suoi mali. Non sono pochi: c’è l’altissima mortalità (solo per fame, 25.000 persone al giorno!), dovuta a carestie, miseria, malattie, violazione dei diritti umani e guerre civili; c’è la truce crudeltà di alcune satrapie (quella di Mugabe nello Zimbabwe è solo una tra tante); c’è la corruzione endemica degli apparati istituzionali di molti Stati; c’è la carenza di alfabetismo, di modernizzazione culturale, di preparazione professionale, di conoscenze e strumenti tecnologici, perfino di servizi basilari quali acqua e luce. E’ di vecchia data la situazione drammatica dei Paesi africani. E serve poco, a loro e a noi, manifestare violentemente, come fanno anarchici e black bloc: se sono tanto “caritatevoli”, perché non vanno in Africa ad aiutare quella povera gente? Serve poco polemizzare su chi porta la responsabilità dell’attuale situazione o su come intendere il concetto di “solidarietà”, per alcuni sinonimo di esportazione di democrazia e tecnologia, per altri equivalente a porte aperte all’immigrazione. Né serve stigmatizzare le “generose” star del Live8 che non hanno voluto compensi ma il rimborso spese sì (a Roma si è arrivati a 5.000 euro a cantante ed erano 33). Incominciamo piuttosto ad interessarci seriamente al grave problema di questa non piccola parte del mondo nella quale si concentrano orrori ed errori. Facciamolo prendendo coscienza dei suoi aspetti incontestabili e delle diverse terapie di cui necessita. Aiuti finanziari, per esempio. Certo, se paragonati ai sussidi stanziati dall’Unione Europea a favore della propria agricoltura (il 45% dell’intero bilancio comunitario, pari a 175 milioni di euro!), i 25 milioni inviati in Africa sono ben misera cosa. Ma se riflettiamo che qualcosa come l’80% di essi – a volte anche di più, fino al 94% - non arriva sulle mense dei poveri ma entrano nelle tasche dei corrotti governanti locali o sono reinvestiti fuori del Continente nero (dati forniti dall’Agenzia Uneca dell’Onu), c’è da chiedersi se valga veramente la pena di farla, tale elemosina. E c’è da domandarsi dove finiranno i 40 o 50 miliardi di dollari dall’azzeramento del debito pubblico a 18 Stati subsahariani (su 47), previsto dai responsabili istituzionali dell’ultimo G8. Anche perché, a causa del terrorismo mediorientale, questi stessi Stati si troveranno con una bolletta petrolifera più alta di 9 miliardi di euro l’anno. E ricomincerà l’indebitamento. C’è piuttosto da prendere atto di una realtà, paradossale ma assodata: il denaro elargito a pioggia e “ad occhi chiusi”, senza controllare (oggi si direbbe “monitorare”) a chi arriva e com’è usato, non contribuisce allo sviluppo di quelle popolazioni. Il Botswana, che si è dato riforme eque e gode di una dirigenza adeguata, ha ormai un reddito annuo pro capite di oltre 6.000 euro, benché abbia ricevuto pochissimi fondi. Contrariamente al Ghana, allo Zambia, al Ciad, al Zimbabwe, che di soldi ne hanno intascati di più, ma la cui gente dispone di 182 euro. L’anno! Se non esiste relazione tra quantità di aiuti offerti e sviluppo prodotto, che fare? Sarebbe ingiusto e disumano interromperne l’erogazione. Ma occorre però chiedere, in contropartita, il rispetto dei diritti umani e il monitoraggio. Ed adoperare i fondi a disposizione per prevenire, oltre che per curare. Prevenire vuol dire insegnare a pescare, non limitarsi a regalare il pesce. Vuol dire, cioè, istruire, diffondere mestieri e tecnologie, adoperare il raziocinio (le infezioni intestinali e la malaria fanno strage: ma è inutile mandare zanzariere a chi non ha un letto o una finestra cui applicarle, o il latte in polvere per i neonati a chi non ha acqua potabile con cui diluirlo!), ed accorciare le distanze con Internet. E vuol dire anche frenare i massacri ed educare all’igiene. Ma non basta aprire il portafoglio. Occorre pure essere meno ipocriti, paladini a parole del mercato globale, protezionisti nei fatti, quando conviene tenere lontani i prodotti africani, come fa l’Unione Europea nel settore agricolo (l’abolizione dei dazi avverrà, pare, nel 2009: ma quanti saranno, in questi residui 4 anni, i morti per fame?) e gli Usa per quello cotoniero. Perché sarà anche vero che gli Stati del Continente nero devono ridurre in fretta dispotismi e corruzione; ma è altrettanto vero che gli Occidentali devono cambiare con urgenza il loro programma di solidarietà, trasformandolo da “elemosina”, sia pure miliardaria, in contributo concreto e razionale allo sviluppo di quelle lande. E’ dovere di tutti noi prendersi cura di quella parte del mondo che soffre. Ma il “bene” va fatto bene, altrimenti non serve. Va fatto abbandonando l’idea che l’unica strada da percorrere sia quella degli aiuti economici. Va fatto andando sul posto per educare, istruire, portare assistenza tecnica e sedare le rivolte. Va fatto, come auspica il Presidente della Commissione Europea, Barroso, non “per sentirci migliori” ma con oculatezza e con discernimento, cioè tenendo conto delle diverse realtà locali. E va fatto subito, senza rinviare alle calende greche. Per solidarietà e carità ma anche per convenienza dell’Occidente. Che solo con il progresso dei Paesi sottosviluppati vedrà ridurre l’immane peso dell’immigrazione. Soprattutto clandestina e terroristica. Egidio Todeschini
10.7. |