Meritevole la solidarietà ma non basta
La trasmissione della Carrà per aiutare i bambini dei paesi poveri. Bene
le adozioni, meglio modificare le nostre abitudini alimentar
Questa
volta un programma televisivo riesce ad infondermi conforto e coraggio.
A farmi esultare è il risultato positivo che ne è conseguito, anche se
mi rendo conto che esso rappresenta una goccia nel mare magnum della
miseria del Terzo Mondo. Mi riferisco alla trasmissione “Amore”, che va
in onda il sabato sera condotta da Raffaella Carrà, che si prefigge di
sensibilizzare gli Italiani a quel doloroso dramma della fame che
sconvolge alcuni Paesi del Terzo mondo, con le intuibili conseguenze sui
bambini.
La
prima puntata del 25 marzo ha avuto un successo enorme: 20.000 richieste
di adozioni a distanza durante le due ore di spettacolo, a dimostrazione
dell’utilità ed efficacia della televisione, se usata per scopi
umanitari; ma anche del fatto che gli Italiani sanno ancora dare, se
stimolati. Le doti secolari che ci caratterizzano da sempre e che tutti
ci riconoscono, l’umanità, la capacità di amare, la generosità, non sono
morte.
Soprattutto,
mi rincuora constatare che solidarietà, cristiana o laica che sia,
esiste ancora, nonostante il clima di consumismo sfrenato nel quale
viviamo, la chiusura nei confronti del vicino di casa, l’apparente
indifferenza o la sterile rassegnazione di fronte alle tante storture,
politiche e sociali, alle quali quotidianamente assistiamo. E, se va a
merito della Rai il programmare show diretti a coinvolgere gli utenti
con i problemi più gravi e dolorosi dei nostri tempi, è particolarmente
degno di ammirazione chi sa reagire con prontezza ed altruismo.
E’
bello constatare che sappiamo ancora provare amore per il prossimo e
rispondere ad una richiesta di aiuto. Di ciò mi rendo conto
personalmente, quando invito i miei parrocchiani ad assumersi l’onere di
aiutare un bambino. Adottarlo vuol dire permettergli non solo di
nutrirsi ma anche di andare a scuola, di apprendere un mestiere che
forse gli permetterà, un domani, di uscire dall’indigenza in cui vive
oggi.
Un
sostegno, prezioso per chi lo riceve, tutto sommato esiguo per chi lo
offre, dato che la cifra è spesso trascurabile, se rapportata alle
“ricche” tasche di noi occidentali. Particolarmente apprezzabile,
comunque, se offerto per solidarietà e non solo come scappatoia per
mettere la coscienza in pace, per dire “Ho fatto quel che potevo” e
continuare poi a vivere, perseverando nelle nostre abitudini alimentari
che, più di altre cause storiche, colonialismo compreso, causano oggi,
nel Terzo Mondo, quelle terribili condizioni di miseria, di
arretratezza, delle quali i bambini sono le prime vittime.
In
effetti, le mutate abitudini alimentari del nostro Occidente con
l’eccessivo consumo di carni hanno contribuito al passaggio, nel mondo
agricolo, dalla coltivazione di cereali per l'alimentazione umana a
quella di foraggio per l'allevamento degli animali. Sembra incredibile
ma è dolorosamente vero. E’, questa, una responsabilità di cui
probabilmente non siamo al corrente, anche perché l’informazione in
materia è spesso carente, le cui conseguenze potrebbero essere di gran
lunga maggiori e ben più durature di qualunque sbaglio commesso in
passato.
Sono
milioni i bimbi nel mondo che lottano ogni giorno contro la fame.
L’opinione
pubblica dei Paesi benestanti tende ad attribuirne la responsabilità
all'effetto perverso di situazioni inevitabili, tipiche dei paesi poveri
(il clima, l'arretratezza tecnologica, gli alti tassi di natalità,
la corruzione dei regimi locali, la carenza di strutture
industriali, l’atavica rassegnazione).
Un convincimento che porta a due atteggiamenti: o all’indifferenza o
all’elemosina. Raramente si mettono in discussione i meccanismi
economici e sociali che legano il Sud al Nord del mondo.
La
nostra quotidiana domanda di bistecca ha fatto sì che gran parte dei
terreni arabili è oggi utilizzata per la coltivazione di cereali ad uso
zootecnico, piuttosto che per quelli destinati all'alimentazione umana.
I ricchi del pianeta consumano carne bovina, suina e di altri tipi di
bestiame, senza rendersi conto che tali bestie sono alimentate con
foraggio coltivato in gran parte nel Terzo Mondo.
L'80%
dei bambini malnutriti vive in Paesi che producono mangimi animali, poi
utilizzati solo da consumatori benestanti. Il dato statistico è della
Fao che, in un suo rapporto di 6 anni fa, scriveva: “Al momento, uno
sconcertante 36% della produzione mondiale di grano è consacrato
all'allevamento del bestiame. Nelle aree in via di sviluppo, dal 1950 ad
oggi, la quota-parte di grano destinata alla zootecnia è triplicata ed
ora supera il 21 per cento del totale di grano prodotto. In Cina, dal
1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è triplicata
(dall'8 al 26 %). Nello stesso periodo, in Messico, la percentuale è
cresciuta dal 5 al 45%, in Egitto dal 3 al 31, ed in Thailandia dall'uno
al 30 %”.
Non
ho trovato dati più recenti ma non credo che, nel frattempo, le cose
siano migliorate. Tutt’altro. Anche perché, probabilmente, a far
aumentare la domanda di carni bovine o suine c’è l’attuale panico
ingiustificato per un’ipotetica aviaria che ha ridotto il consumo dei
pollami. Pensiamoci. Riflettiamo sul fatto che è bello adottare a
distanza, certamente utile per qualche migliaio di bambini, ma
insufficiente.
Ventimila
adozioni in sole due ore di trasmissione sono tante e vale certamente la
pena di continuare in questa direzione. Ma rendiamoci conto che
all’entità di quel dramma, senza volerlo e senza rendercene conto,
contribuiamo anche noi.
Egidio
Todeschini
2.4.2006