L’infinito tira e
molla sulle riforme
Sempre tutti d’accordo sulla necessità di farle,
mai però sul come. Ed ora nel battibecco s’infila anche la polemica tra Berlusconi
e Fini
La conseguenza più ragionevole dei risultati
elettorali del marzo scorso, con relativa conferma del consenso popolare a
Berlusconi, e la mancanza di altre votazioni nei restanti tre anni della
Legislatura, doveva essere - e sembrava essere - quella di poter finalmente
mettere mano alle riforme (costituzionali, delle tasse, del federalismo
fiscale, della Giustizia, della Corte Costituzionale, ecc.) delle quali si
parla, senza successo, da decenni. Anche il Capo dello Stato aveva spinto a
ciò, invitando peraltro i politici ad abbassare i toni polemici e a
cercare un’intesa. Invece, come sempre, sono subito .sorte critiche reciproche su
cosa dare la precedenza e sul come modificare. A volte si è registrata
qualche formale adesione, subito incrinata, però, da quel “sì,
ma…” che ha tutto il sapore del ricatto.
A peggiorare la situazione, è sopraggiunta la
minaccia del Presidente della Camera, Fini, d’istituire in Parlamento un gruppo
a parte (ufficialmente occorrono 20 deputati a Montecitorio e 10 senatori a
Palazzo Madama), formalmente nella maggioranza ma autonomo. Della
necessità del quale il “finiano” Italo Bocchino è convinto, anche
se ribadisce che “nessun parlamentare vicino a Fini farà mai mancare la
fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori”. Il che
ha dato il via a comprensibili irritazioni, a continui battibecchi, spesso ad
insulti tra i sostenitori del Presidente della Camera e gli ex di Alleanza
Nazionale, ormai ben integrati nel Pdl; a tentativi, più o meno validi,
di alleggerire i dissidi; alla minaccia berlusconiana di far decadere Fini
dalla presidenza della Camera. Il tutto sembra, mentre scrivo, concludersi in
rottura.
Tutto ciò può portare allo scioglimento
anticipato del Parlamento? Pareri diversi anche qui: ovvio che il Capo di
Governo intenda scongiurarlo; e che lo stesso cofondatore del Pdl non lo ritenga
necessario. Bossi, invece, ed il Presidente del Senato, Schifani, ritengono
indispensabile; su cui il Pd praticamente non si pronuncia, probabilmente a
causa dei dissidi interni, mentre l’Italia dei Valori di Di Pietro la auspica.
Una discordanza di opinioni che la dice lunga sugli interessi, di partito e
personali, che ognuno tende a tutelare, indipendentemente da ciò che
più conviene all’Italia. Che, in effetti, necessita di meno antagonismo,
soprattutto di un aggiornamento delle Istituzioni non più idonee ai
tempi moderni.
Rinnovamento su cui, come sempre, si registrano ancora,
purtroppo, divergenze notevoli, non solo tra Berlusconi e Fini. Il quale chiede
riforme economico-sociali; una politica per il Sud più incisiva; una
più facile concessione della cittadinanza agli extracomunitari; una
minore dipendenza dalla Lega; un maggior distacco dalla Chiesa. Inoltre, uniformandosi
a Bersani, pretende, in caso di istituzione del semipresidenzialismo alla
francese, una votazione a doppio turno. Che inciderebbe due volte sul bilancio
dello Stato e rischia di comportare una vittoria della sinistra, i suoi
sostenitori essendo, in genere, meno assenteisti. O, addirittura, suggerisce d’inventare
un sistema nuovo, senza rifarsi ai modelli stranieri.
Ma a mettere in difficoltà il Governo sul come
effettuare le riforme concorrono anche le opposizioni, sia pure in maniera
diversa. Il segretario del Pd acconsente teoricamente a dare più poteri
al Premier, chiede però che sia cambiata la legge elettorale, quel
“porcellum” che riconosce il premio di maggioranza ed ha la lista dei candidati
bloccata (fingendo di dimenticare che
Non facilita il dialogo il fatto che altri esponenti dei
diversi partiti puntino piuttosto su un sistema all’inglese (il Monarca ha
funzioni simili a quelle del Presidente di una Repubblica parlamentare;
Altre polemiche sull’eventuale riforma della Giustizia che
Berlusconi, in un primo tempo, voleva presentare in Parlamento in anticipo
sulle altre; che, inoltre, non piace a una parte dei Magistrati da sempre
contrari alla divisione delle carriere, esistente però nei Paesi
Europei. Non bastasse, alcuni membri dell’opposizione, tra i quali Casini,
insistono per dare la precedenza alla revisione del fisco, come se fosse
possibile, a crisi economica ancora imperante e a debito pubblico nazionale in
crescita, abbassare le tasse senza aver prima diminuito i costi della Pubblica
Amministrazione, anche mediante riduzione del numero di Parlamentari e di
consiglieri comunali, provinciali e regionali. Discussioni pure sul federalismo
fiscale, voluto dalla Lega - che però rifiuta l’abolizione delle inutili
Province -, che rischierebbe, a detta dei politici meridionali, di peggiorare la
situazione del Sud d’Italia. Insomma, come sempre, un tira e molla ancora tutto
da superare. E che non lascia margine all’ottimismo.
Egidio Todeschini
23.4.2010.