I Cristiani in fuga dal Medio Oriente

Per evitare soprusi o uccisioni. Per trovare rimedi si è tenuto il Sinodo dei Vescovi a Roma: quale futuro e quale ruolo delle minoranze 

 

 

Iniziato il 10 ottobre, si è concluso il 24 scorso il Sinodo dei Vescovi del Medio Oriente, già promesso dal Pontefice dopo aver visitato Turchia, Giordania, Israele, Palestina e Cipro, dove ha potuto “conoscere da vicino le gioie e le preoccupazioni delle comunità cristiane”. Sollecitato, a gennaio di quest’anno, dal Vescovo iracheno di Kirkuk, Louis Sakoa, per affrontare il problema di chi lascia i Paesi orientali per sfuggire ad angherie o uccisioni, vi hanno partecipato 177 Padri sinodali e circa 70 sacerdoti di diversi riti, oltre ad alcuni membri di organizzazioni che lavorano per i Cristiani in Medio Oriente, ma che aiutano anche i Musulmani. Voluto, come ha sottolineato il Papa, non per motivi politici, ma pastorali: per far riflettere “sul presente e sul futuro dei fedeli e delle popolazioni del Medio Oriente”; per avere una visione chiara della situazione, sempre più drammatica a causa soprattutto delle locali maggioranze musulmane e della politica vigente in quelle zone. In effetti, è necessario garantire ai Cristiani un futuro; trovare il modo di instaurare un dialogo efficace con Ebrei ed Islamici; ma anche definire il ruolo dei Vescovi e dei sacerdoti.

Obiettivi non facili da raggiungere ma fondamentali, data la discriminazione di cui soffrono le minoranze cristiane in quelle regioni. Soprusi dei quali raramente siamo informati, se non ci sono vittime, benché rappresentino un notevole limite alla loro libertà religiosa le intimidazioni e le ostilità di cui soffrono, a causa “del fondamentalismo islamico e delle dittature comuniste”, come scrive, nel suo libro Guerra ai cristiani, l’eurodeputato Mario Mauro. Il quale conosce bene l’entità e la gravità delle persecuzioni anticristiane soprattutto nel mondo orientale: in India, dove i fondamentalisti hanno mietuto molte decine di vittime; nella maggior parte delle nazioni islamiche (anche se le Costituzioni locali prevedono libertà di culto, come in Turchia, dove nel 2006 fu assassinato don Andrea Santoro): solo in Irak, dal 2003, ne sono stati uccisi 1300, tra cui Mons. Faraj Rahho e Mons. Luigi Padovese. Certo, non si è alla pari con i Paesi comunisti: Corea del Nord, Cina, Vietnam, Laos, Birmania; tuttavia, come sottolinea l’Osce, “la tentazione di una discriminazione a livello legislativo nei confronti dei Cristiani è reale”.

Intolleranze sono presenti anche in Occidente; ma è ben più grave la situazione nel Medio Oriente, da dove emigrano circa 3 milioni di Cattolici e 14 milioni di Cristiani. Per questo il Sinodo ha inviato, ai Governi di quegli Stati, un appello per arrivare “ad una pace giusta… in tutta la regione e per arrestare la corsa agli armamenti”; per fermare “l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi delle loro forze vive”, in quanto solo ciò “condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica”.

Samir Khalil Samir, gesuita, esperto di Islam e professore a Beirut, si domanda se tale invito “servirà a rallentare l’emigrazione dei Cristiani verso l’Occidente; se “aiuterà ad una comprensione più profonda” tra loro ed i Musulmani; se bloccherà “la crescente tensione… sia in Iran che nel rapporto fra Israeliani e Palestinesi”; se si riuscirà “ad andare oltre le parole, per passare agli atti costruttivi”. Senza i quali quei perseguitati non godranno del diritto di “vivere dignitosamente nella propria patria”, come auspicato dal Pontefice, convinto che, per raggiungere tale obiettivo, “tutti sono chiamati a dare il proprio contributo… per promuovere i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di violenza”.   

 Un compito arduo, quello auspicato dal Sinodo, in parte già turbato dalle polemiche suscitate dalle parole dell'arcivescovo greco-melkita Cyrille Salim Bustros: “Non ci si può basare sul tema della Terra promessa per giustificare il ritorno degli Ebrei in Israele e l'esilio dei Palestinesi”; e dall’appello all’Onu per aiutare il popolo palestinese che soffre “le conseguenze dell’occupazione israeliana… il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici… la perturbazione della vita economica e sociale”. Affermazioni alle quali le autorità d’Israele hanno reagito definendo il Sinodo “ostaggio di una maggioranza antisraeliana”.

 Severi anche i giudizi sugli Islamici espressi dai Monsignori libanesi, Flavien Joseph Melki e Raboula Antoine Beylouni. Il primo ha auspicato una riforma dei regimi teocratici dei Paesi arabi, dove “milioni di Cristiani del Medio Oriente sono sottoposti a molteplici forme di persecuzione, di massacro, di discriminazione, di sopruso e di umiliazione”. Più drastico il vescovo di Antiochia, Beylouni: cosciente del fatto che, solo in Iraq, dal 2003 ad oggi, la popolazione cristiana è scesa da 800 mila a 450 mila; sono state distrutte più di 65 chiese; tante famiglie sono state annientate, ha ricordato che “il Corano ordina di imporre la religione con la spada e dà al Musulmano il diritto di uccidere i Cristiani con la guerra santa”, pur aggiungendo che, per attuare la libertà religiosa, occorre “non eliminare il dialogo”. Parole che hanno creato imbarazzo in Vaticano, tanto da spingere l’Osservatore Romano a farne una sintesi, eliminando i passaggi più accesi; e da provocare le reazioni negative dell’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) e dell’università Al Azhar del Cairo. Ma - ha ricordato il Papa - “la pace… è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà”. E’ bene, quindi, che i Cristiani non emigrino ma creino, insieme a Musulmani ed Ebrei, una società per l’uomo. Perché la pace dà il senso vero della vita.

Egidio Todeschini