Impossibile un referendum sulla secessione

La Costituzione non lo ammette. La Padania politica non esiste. Volerla a tutti i costi comporterebbe il rischio di una guerra civile

 

Ad aggravare i guai e le polemiche che sconvolgono l’Italia, è arrivata pure la minaccia bossiana di un voto per arrivare alla creazione della Padania, cioè di uno Stato del Nord cui la Lega aspira da tempo. Obiettivo posto come traguardo del partito sul quale Bossi ha costruito il suo destino politico. C’è da chiedersi quanto lo desiderino veramente i leghisti, politici o semplici cittadini che siano, o se il loro leader lo prospetta solo per scaramanzia o come monito alla maggioranza di cui fa parte. Sta di fatto che proponendo un referendum, lui e i suoi dimostrano anche di non conoscere la Costituzione nazionale che, all’articolo 5, definisce “indivisibile” l’Italia; e che, contrariamente alla Svizzera, ammette solo referendum abrogativi di leggi vigenti (art. 75) o per la formazione di leggi costituzionali (art. 138), ma non i propositivi. Un progetto visionario, quello della Padania, a suo tempo ideato dal prof. Gianfranco Miglio e che ora torna in auge, tanto da spingere il presidente della Repubblica a contestare la rottura dell’Unità d’Italia, a sottolineare che non esiste una via democratica alla secessione, tanto meno “il popolo padano”. Non solo: anche a minacciare, sia pure in modo indiretto, il carcere per chi insiste sulla secessione. Lo fa ricordando l’arresto, nel 1944, di Andrea Finocchiaro Aprile che vagheggiava l’indipendenza della Sicilia per ottenere la quale stava organizzando un’armata separatista (Movimento Indipendentista Siciliano). E rammentando che la sovranità di un Paese appartiene sì al popolo, ma che deve essere esercitata “nelle forme e nei limiti” della carta costituzionale e delle leggi.

Ne consegue che il ministro Roberto Calderoli ripiega sul principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dalle Nazioni Unite. Dimenticando, però, che l’Onu si riferiva ai territori occupati con la forza, cioè colonizzati. Stupisce, in tutto ciò, il constatare che ad insistere sulla divisione dell’Italia in due Stati siano due politici, Bossi e Calderoli, che fanno parte del Governo nazionale. Il quale ha, per Costituzione, il compito di lavorare nell’interesse del Paese. Che ne ignorino i dettami e sottovalutino il rischio di far scoppiare una guerra civile, come quella americana che, prima di sfociare negli attuali Stati Uniti, provocò dal 12 aprile 1861 al 26 maggio 1865 morte e distruzioni. Certo, come ricorda Francesco Speroni, la Cecoslovacchia, alla caduta dell’Urss, ha attuato con metodi democratici la secessione, dando origine, il 1º gennaio 1993, alla Repubblica Ceca e a quella Slovacca. Nelle quali, comunque, vivono due popoli diversi.

Sarà anche vero che “in Padania ci sono migliaia di patrioti che considerano la libertà il bene più importante e non si fanno spaventare”, o che “il Lombardo-Veneto ha una storia più antica di quella della Repubblica Italiana, basta aprire un libro di scuola media”, come qualche leghista sostiene. Ma è altrettanto vero, anzi innegabile, che il termine “Padania” indica solo una parte geografica della Penisola, quella attraversata dal Po. In cui vivono anche milioni di persone contrari alla secessione tra i quali i meridionali qui immigrati e quanti si sentono preoccupati per la crisi economica che incombe e che ha bisogno di soluzioni concrete. Ma anche coloro che hanno partecipato con il cuore ai festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Che sarà stata realizzata “con una feroce guerra di occupazione del Sud da parte dell'esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti”, come rileva Beppe Grillo. Ma che comunque ha trasformato il nostro Paese da “espressione geografica”, come la definì Metternich  nel 1847, in Stato.

La secessione, referendaria o meno che sia, porterebbe l’Italia fuori dalla storia e dalla concreta realtà del mondo d'oggi. E fa temere uno scenario da guerra civile, come avvenuto nei Balcani. O come sta accadendo in Libia. Sarebbe dunque un evento traumatico, proprio perché il distacco è voluto da una minoranza. Senza contare che l'autodeterminazione presuppone l'esistenza di un popolo che ha in comune l’etnia, la lingua, la religione, la storia e la cultura, mentre il territorio non è elemento indispensabile: dice niente che i Rom, non legati ad un luogo geografico specifico, mantengano e custodiscano abitudini e culture che li fanno qualificare come popolo? Diversamente dalle due popolazioni del Belgio ove vivono circa 10 milioni di abitanti divisi culturalmente in Fiamminghi (il 58%) e Valloni (32%); che parlano lingue diverse (un dialetto olandese i primi, il francese i secondi), mentre il restante 10% è costituito da persone bilingui che risiedono nella zona metropolitana di Bruxelles. Le Fiandre sono più popolose e più ricche ed hanno un tasso di disoccupazione più basso: per questo, anche là, molti sono stufi di portare sulle spalle il fardello di una Vallonia economicamente più debole e destinataria di fondi provenienti dalla regione benestante. Tuttavia, se due terzi dei Belgi pensano che lo Stato non sopravvivrà, l’87% di essi si manifesta contrario ad una divisione del Paese.

 Si sono mai chiesti, i leghisti, cosa ha il popolo “padano” che lo distingua dagli Italiani? Non certo la lingua, le vicende storiche, le tradizioni religiose, la cultura, artistica o letteraria che sia. La loro è una rivendicazione che assomiglia molto ad una assurdità. Ma che, oltre che un andar contro le norme del diritto internazionale, può diventare minaccia per la sicurezza e la pace dell’Italia se si prospetta, come fa Bossi, il ricorso alle armi. E’ questo ciò che vuole il Senatur?

Egidio Todeschini

10.10.2011