Il bene non fa notizia l’orrore sì

Si parla troppo della morte di Sara e poco dei minatori del Cile o del traforo del San Gottardo. Gli sproloqui e le omissioni della stampa

 

 

Un lettore del Corriere della Sera, scrivendo a Sergio Romano, auspica che si spengano “tutti i riflettori ora puntati sugli assassini e sulle belve umane per accenderli solo sugli esempi positivi”, perché così “il mondo andrebbe molto meglio, in quanto i disonesti, i delinquenti, i criminali non avrebbero più la legittimazione che oggi, inevitabilmente, viene loro accordata dai media”. Lo scrivente non si riferisce esplicitamente alla triste vicenda di Avetrana sulla quale giornali e televisione stanno imbastendo infinite paginate e ripetitive trasmissioni, ma cita espressamente il “salvataggio di 33 onesti, bravi e semplici minatori cileni”. Non è il solo a pensarla così ed è difficile dare torto a chi, pur essendo convinto che sia giusto informare su tutto, omicidi compresi, ritenga che spesso, specialmente in Italia, si trascurino o, quanto meno, si riducano al minimo le notizie relative ad episodi positivi, dando invece troppo spazio alla cronaca nera. Fino a far credere che la famiglia sia il luogo degli orrori, mentre il rapporto tra quelle abitate da mostri e quelle fondate su dedizione, amore e sacrifici è di uno a mille.    

Certo, la stampa, parlata o scritta, non può ignorare gli atti di violenza che avvengono nella Penisola e nel mondo. Ma deve farlo senza convertire la cronaca in processo pubblico, perfino anticipando le sentenze; senza raccogliere troppe interviste, spesso rilasciate solo per protagonismo e per poter dire “c'ero anch'io”, come quelle registrate ad Avetrana da chi vi era andato, portandosi dietro anche i figli, a mo’ di pellegrinaggio alla casa dei “mostri”; senza trasformare la tragedia in spettacolo di massa e gli assassini in protagonisti. Soprattutto senza trascurare di rilevare il bello ed il bene che avviene altrove, come il momento drammatico del salvataggio, dopo 69 giorni passati nelle viscere della terra, a 600 metri di profondità, dei 33 minatori cileni; o l’umiltà di uno di questi, Sepúlveda, che, appena salvato, ha precisato che lui ed i suoi colleghi “non intendono essere trattati come personaggi dello spettacolo”; ed affermato “io sono, e resto, un lavoratore, minatore”! Invece, mentre tornavano alla vita i minatori, visti da milioni di persone in tutto il mondo e paragonati dallo scrittore Antonio Skármeta a Lazzaro “che esce dal sepolcro e sconfigge l'angoscia profonda che sta nel cuore di tutti, quella di essere chiusi nella terra”, i nostri programmi nazionali puntavano su tutt’altro o si attardavano sulla morte di Sara di Sara riservando ai fatti del Cile solo le ore notturne di “Porta a porta”.

Per aiutare a sopravvivere i minatori cileni e riportarli alla luce, sono state usate tecniche nuovissime, quali il cellulare dotato di proiettore, che ha permesso loro di comunicare con i soccorritori, le due perforatrici e la gru. Ma l’estrazione di quei sepolti vivi ha, soprattutto, avuto alle spalle un Paese compatto, un governo efficiente e una opposizione rispettosa. Certo abbiamo apprezzato il tacito “grazie” al Signore di Mario Antonio Sepúlveda quando, finalmente in salvo, esclamò: “Stavo con Dio e con il demonio. Entrambi hanno lottato per avermi ma ha prevalso Dio. In nessun momento ho dubitato che Lui mi avrebbe tirato fuori”. Ma dubito che molti siano al corrente che i 33 minatori sopravvissuti hanno deciso di destinare i ricavi delle interviste alle famiglie di minatori in difficoltà.    

Quanti in Italia hanno saputo che il 15 ottobre in Svizzera è caduto l’ultimo diaframma della nuova galleria del San Gottardo, il più lungo tunnel ferroviario del mondo destinato al trasporto ad alta velocità di merci e passeggeri da Genova a Rotterdam? Eppure, come ha rilevato l’ambasciatore elvetico in Italia, Bernardino Regazzoni, trattasi di un evento importante “per la Svizzera ma anche per l’Europa”, perché grazie a ciò, “sarà presto possibile attraversare l’Europa da sud a nord…senza dover affrontare i rilievi alpini”. Cinquant’anni fa, un avvenimento del genere si sarebbe visto in diretta; oggi sembra essere diventata per la tv italiana solamente una notiziola di scarsa importanza.

Penso che abbia ragione Aldo Grasso quando scrive, sul Corriere della Sera del 16 scorso, “che è definitivamente vero che il bene non fa notizia. Allora è vero che solo l'orrore, il tragico, la morbosità sono l'osceno lievito dell'ascolto televisivo”; quel gusto per lo spettacolo che, ad Avetrana, “fa calare a ondate i turisti della domenica verso la cantina dell'orrore, il posto più ambito tra fiori e peluche. Per piazzarsi lì davanti e farsi l'istantanea da mettere su Facebook”; quelle mostruosità sulle quali s’insiste troppo, fino a spingere don Dario De Stefano, il parroco che ha officiato il funerale di Sara, a dire durante l’omelia che “la pressione è troppa ed è colpa anche di voi giornalisti…” O a far rilevare, da un volontario della Protezione Civile, che se “fosse gente che vuole rendere omaggio a Sara, dovremmo vederla solo al cimitero”.

Farne l'argomento ripetitivo dei telegiornali, dei quotidiani e dei dibattiti televisivi; trasformare in spettacolo un delitto orrendo; insistere con interviste che lasciano il tempo che trovano; sparare sentenze prima del processo; raccontare cose che sanno di pettegolezzo; invogliare al protagonismo di chi si fa intervistare a ruota libera è tipico dell'Italia che dovrebbe finalmente imparare ad informare senza eccedere, come fa invece la stampa svizzera. Che informa ma poi tace. Fino a condanna o assoluzione definitiva.

Egidio Todeschini

22.10.2010