La lezione degli incresciosi fatti di Rosarno
Determinati non da razzismo, ma
dal caporalato del Sud, dalla criminalità
mafiosa e dal lassismo delle
Istituzioni, sindacati compresi
Tremendo quello che è successo a Rosarno e nella
piana di Gioia Tauro. Un susseguirsi di azioni violente e di scontri con gli immigrati,
tutti di colore, addetti alla raccolta delle arance. Non si sa chi ha
incominciato e cosa ha portato a scatenare la guerra tra alcuni cittadini
esasperati e gli Africani, molti dei quali clandestini; chi ha organizzato la rivolta e perché. Compete agli inquirenti
dare una risposta e condannare i colpevoli, valutando i fatti con distacco e
senza pregiudizi. Suscita
orrore appurare
che gli extracomunitari abitavano in tuguri sporchi e senza servizi igienici. Sconcerta
sapere che, pur lavorando 10 ore al giorno, sabato e domenica compresi, ricevevano
quotidianamente 25 euro, 5 dei quali andavano, d’obbligo, al “caporale” che li aveva
assunti. Per dirla con Giusti, quella “povera gente lontana dai suoi / in un
Paese, qui, che le vuol male”, schiavizzata, si adattava a lavorare al freddo
e a dormire nel fango,
per racimolare quattro soldi per sopravvivere, loro ed i familiari rimasti in
Africa.
Come sempre,
sull’episodio, si è scatenata la bagarre di polemiche e critiche: uno
scaricabarile vergognoso quasi come i fatti rosarnesi. Il leader Udc, Casini afferma
che “in Calabria lo Stato non c' è”; il ministro dell'Interno, Maroni,
ribatte che sono situazioni “ereditate, frutto di tolleranza sbagliata”; Rosa Calipari,
vicepresidente dei deputati Pd, sostiene che “il dramma di Rosarno è la
conseguenza della mancanza di reali politiche d’integrazione”, nonché del
mancato riconoscimento “dei diritti e doveri dei lavoratori stranieri”. Scontati
i riferimenti alla Bossi-Fini, le accuse alla politica dei respingimenti e al
reato di clandestinità suggerito da “xenofobia”.
Se gli addebiti sono esatti, è giusta
l’accusa rivolta agli Italiani
dall'Osservatore Romano, giornale del
Vaticano diretto da Gian Maria Vian, sul quale, a firma di Giulia Galeotti, si
legge, tra l’altro: “Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano
dalla cronaca ci riportano all’odio muto e selvaggio verso un altro colore di
pelle che credevamo di aver superato”. In effetti, a prima vista, sembra non
trattarsi di sfruttamento di manodopera messo in atto da imprenditori senza
scrupoli, ma di una prepotenza dettata da sentimenti razzisti. Confermati da
Ahmed, laureato in ingegneria, da oltre 3 anni in Italia da clandestino, che
spesso si è sentito chiamare “marocchino monnezza”, senza motivo. E
testimoniati, su il Messaggero, da un
farmacista del posto: “La situazione degli extracomunitari era insostenibile.
Vivevano in condizioni disumane, in spazi e situazioni igieniche neanche da
terzo mondo. Fra loro c’è gente laureata…parla un ottimo inglese,
aspetta educatamente il suo turno... A loro l’Italia ha proposto un baratto
perverso: chiudiamo gli occhi sulla vostra condizione illegale, ma dovete
accontentarvi di abitare come i porci”. Alias, come schiavi.
Ma siamo davvero di fronte ad un fenomeno di razzismo dei
Rosarnesi e di chi contrasta la clandestinità e non crede che i
Musulmani possano veramente accettare la cultura dell’Occidente? Dello
sfruttamento degli extracomunitari, e non solo in Calabria, si era già a
conoscenza: il giornalista Daniele Gatti su l'Espresso
aveva descritto le agghiaccianti condizioni di vita dei raccoglitori di
pomodori nel Foggiano; perfino
Certo, ci sono poteri criminali, nelle Regioni del Sud; vero,
in Calabria la ’ndrangheta si è sostituita allo Stato che ha lasciato
fare, limitandosi a donare miliardi, a fondo perduto,
ad una popolazione abituata, così, ad aspettare la manna del cielo. Dice
niente il fatto che i giovani del posto si rifiutino di lavorare nei campi? Che
a Rosarno, a detta del Sottosegretario agli Interni, Alfredo
Mantovano, almeno 400 cittadini sono mafiosi? Domande che restano tuttora senza
risposte e che fanno pensare, più che ad un segnale di razzismo, a manifestazioni
palesi di calcolo politico che ha permesso d’ignorare per anni la presenza di migliaia
di clandestini e non denunciarne la schiavitù; di un “buonismo” che non
ha nulla a che vedere con il rispetto del “diverso”. Bastava fare più
controlli e punire chi assumeva in nero quei poveri cristi. Non si sarebbe
arrivati agli scontri che hanno fatto registrare 66 feriti (30 extracomunitari,
17 cittadini e 19 appartenenti alle forze di polizia); e che hanno comportato il
trasferimento di 1.200 clandestini nei Centri di permanenza temporanea di
Crotone, Bari o della Sicilia.
In merito, il Papa ha affermato che “l'immigrato è
un essere umano, differente per cultura e tradizione ma comunque da rispettare”;
e che “la violenza non deve essere mai per nessuno il modo per risolvere le
difficoltà”. Giusto. Ma è puro esercizio di retorica discutere su
chi ha ragione, se i Rosarnesi, stufi dei fastidi provocati dagli immigrati, o
i braccianti neri che hanno infine reagito alle tante angherie. Convivere tra dissimili
è sempre difficile: dovremmo ricordarcelo noi Italiani, umiliati, anche
in Svizzera, all’epoca della nostra emigrazione. “Chi ha sbagliato, ora paghi»,
reclamava il Giornale di qualche
giorno fa. C’è da sperarlo. Ma c’è soprattutto da augurarsi un
sentito e generale “mea culpa”. E che, imparata la lezione, tutti si diano da
fare per ristabilire ordine e legalità.
Egidio Todeschini
21.1.2010