E’ inaccettabile e deprimente il clima di rissa
quotidiana che trasforma la dialettica politica in un conflitto tra bande. Una
situazione grave, quella che si registra ogni giorno in Italia, dove sembra
ancora mancare, a dispetto dei festeggiamenti per l’Unità nazionale,
quell’amor patrio che può spingere a dissentire, non ad aggredire ed
insultare. Che nel 1861 non tutti gli Italiani fossero felici di appartenere ad
un’unica Nazione è risaputo ma anche scontato, date le diverse opinioni
dei Repubblicani alla Mazzini, dei Cattolici fedeli allo Stato della Chiesa,
dei filo-borbonici nostalgici del loro sovrano. Meno comprensibile che, nel
1961, cioè 100 anni dopo, i nazionalisti fossero ancora insultati come
“fascisti”; e che quest’anno Leghisti ed Altoatesini si siano rifiutati di
festeggiare il compleanno di un Paese che sembra non avere ancora capito cosa
siano il senso civico e la democrazia. E che invece assiste ogni giorno ad ignobili
risse in Parlamento e nelle piazze, nonostante l’invito, rivolto dal Capo dello
Stato a tutti i partiti, a comportamenti più moderati e responsabili. Un
appello interpretato, però, a senso unico, quasi fosse rivolto solo a Berlusconi
e non a tutti.
Uno spettacolo avvilente di fronte al quale c’è da
chiedersi se e quando finirà questo clima fatto di disprezzo, d’insulti,
di brutalità, sia pure solo verbale, e di quel doppiopesismo che fa
puntare il dito accusatorio solo sugli avversari politici; che spinge a condannare
il Ministro della Difesa, Ignazio
Ne consegue che il cittadino assiste
quotidianamente ad una politica fatta di rancori, vendette, antipatie e di
quell’odio personalizzato che impedisce di valutare opportunamente idee e
provvedimenti. Si potrà discutere sui risultati ottenuti del Governo sul
fronte della crisi economica, della lotta alla criminalità organizzata,
della riforma della pubblica amministrazione, della scuola e
dell’università. Si potrà essere d’accordo o meno sul
federalismo, sulla creazione di centrali
nucleari, sulla semplificazione della burocrazia, sulla riforma delle
pensioni o all’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Provvedimenti sui quali,
tra l’altro, non sempre si scrive o si dice la verità. E che in genere non
sono contestati per i loro contenuti ma solo perché presi dal Governo retto dal
Cavaliere. Però, non è insultando, sputando, lanciando monetine o
contestando per puro partito preso, che si risolvono i problemi nazionali. Tanto
meno non è così che si può garantire un futuro prospero e
sereno all’Italia.
Assolutamente necessario, invece,
superare tale fase improntata sulla rissa ed alimentata da chi non sa usare
altre armi, se non quelle della piazza, per trasformare la politica in guerra, a dispetto dell’etimologia dei termini
“politica” (= governo della città) e “democrazia” (= governo del popolo).
Altrettanto urgente ricordare che il significato reale di “regime
parlamentare”, quale espresso dal giurista, politico e docente universitario Piero
Calamandrei (1889 -1956), “non è quello dove la maggioranza ha sempre
ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni
della minoranza. Quest’ultima, a sua volta, deve avere rispetto per la
legittimità elettorale della maggioranza e la legittimità
costituzionale del Governo”. Oggi, al contrario, vediamo l’Italia divisa in
schieramenti ideologici, non in legittime contrapposizioni democratiche, nonché
vittima di un passato che non passa, di un odio eccessivo e pericoloso, di un’intolleranza
politica moltiplicatasi negli ultimi anni, della quale c’è solo da
preoccuparsi.
Non a caso in Italia la fiducia nelle Istituzioni scende
a zero, o quasi. Leggo, su il Corsera,
che nel 2010 le file dei delusi si sono ingrossate di 22 punti percentuali e
che il 73% dei nostri connazionali disprezza il Parlamento. Dati che non
stupiscono ma che inquietano. E che dobbiamo allo spettacolo recitato dai
partiti, al clima di rissa permanente che ha trasformato le due Camere in un
campo di battaglia. E che ha fatto registrare, la settimana scorsa, una delle
giornate più convulse e sguaiate nell'aula di Montecitorio. I cui eletti,
insieme a quelli del Senato, dovrebbero invece occuparsi delle tante problematiche
nazionali: burocrazia inefficiente; giustizia lenta e politicizzata; organizzazioni
mafiose e corruzione capillare; tasse ed evasione fiscale fra le più alte
d'Europa, in contrasto con i salari più bassi. Ma dovrebbero anche tutelare
con provvedimenti opportuni i paesaggi spesso
sconvolti da frane e alluvioni; i musei, siti archeologici e biblioteche a
volte in condizioni penose. Ed affrontare i recenti problemi dell’immigrazione
e quelli, di vecchia data, del debito pubblico. Problemi che il moltiplicarsi d’insulti
e violenze non aiuta a risolvere. E che purtroppo aggrava la crisi della
civiltà nazionale.
Egidio
Todeschini
8.4.2011
Un
Paese senza politica