L’istruzione serve per affrontare la vita

E’ ricominciato l’anno scolastico con le solite polemiche accompagnate da scioperi. La scuola attuale non mette al centro gli studenti

 

 

In Italia, con data d'inizio diversa da Regione a Regione, in settembre gli studenti tornano sui banchi di scuola. Quest’anno il primo giorno di scuola è incominciato con proteste contro le riforme della Gelmini, Ministro dell’Istruzione. A reclamare per i tagli agli organici sono stati, il 12 scorso, 4 mila (2.500 secondo la questura) precari che hanno creato disagi a Messina, bloccando i treni ed invadendo uno degli imbarcaderi dei traghetti delle Ferrovie, mentre un altro gruppo, arrivato da Puglia, Basilicata e Campania, contestava a Villa San Giovanni, affermando che “la grande opera da compiere non è il ponte, ma un collegamento tra la scuola e il Paese”. Non da meno gli studenti che hanno fatto un sit-in di fronte al Ministero; poi hanno protestato, sempre a Roma e con il casco giallo da operai, quasi a dire “la scuola la costruiamo noi”, davanti ai licei Tasso e Montessori; in seguito, fino al 25 settembre, hanno contestato a Frosinone, Venezia, Torino, Perugia, Grosseto, Bologna, Palermo, Caltanissetta e Lentini. Con loro, spesso, esponenti della Cgil e dell’opposizione.

Nulla di nuovo sotto il sole: sono decenni che l’anno scolastico inizia con manifestazioni, spesso strumentalizzate. Oggi, però, sarebbe giusto reclamare non contro la Gelmini che ha avuto il coraggio di iniziare una seria riforma del sistema scolastico, bensì contro chi, a partire dal 1968, lo ha rovinato: dice niente che l’Accademia della Crusca, su 6.000 temi di studenti promossi alla maturità del 2007, ne trovò un 58% pieno di errori di ortografia e grammatica? E che il 97% delle risorse pubbliche destinate alla scuola vada in stipendi, benché gli insegnanti siano pagati meno che negli altri Paesi europei? Distorsione cui ha contribuito l’eccessiva sindacalizzazione del settore grazie alla quale il posto era garantito in perpetuo, indipendentemente dalla valutazione meritocratica dei docenti, spesso incapaci di far capire ai giovani quanto l’Italia politica, sociale e culturale di oggi debba alla secolare evoluzione della lingua, della scienza, della storia, della letteratura e dell’arte.

Occorreva senz’altro mettere un freno a tale scempio e le novità introdotte dalla Gelmini - reperibili su Google.it, alla voce Testo integrale riforma Gelmini - sono piuttosto valide. Perché - come scrissi nel 2008 -, “tra l’altro, restituisce valore al voto di condotta, mettendo così un freno al bullismo; reintegra gli esami di riparazione, per evitare i quali (forse) si studia di più; ripropone, alle elementari, il maestro unico che facilita il rapporto allievo/insegnante e comporta un notevole risparmio per lo Stato; stabilisce, per facilitarne l’integrazione, un massimo del 30% di stranieri nelle classi; riabilita i voti ed impone il grembiule, facendo capire ai ragazzi che si va a scuola per imparare, non per sfoggiare abiti alla moda; consente di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato, come già avviene in Svizzera”. Migliorie apportate, dice ora il Ministro, per dare agli scolari “una scuola di qualità, indipendentemente dal loro ceto sociale e dalla Regione di appartenenza”, anche se con ciò si contrastano gli interessi corporativi; per cui tocca soprattutto agli insegnanti, specialmente quelli dei corsi liceali “raccogliere la sfida e collaborare per rendere la scuola un'istituzione eccellente”. Cui contribuisce la novità di quest’anno, la bocciatura, a prescindere dai voti, di chi fa più di 50 assenze nel corso dell’anno. Oltre alla proposta di leggere in classe la Bibbia.

Certo, rimane il problema - al quale però si contrappone la possibilità, per i professori di ruolo, di ottenere la qualifica supplementare di “docente esperto e/o di eccellenza”, con conseguente incremento retributivo - di non facile soluzione, dei tanti precari che ora perdono lavoro e stipendio. Incerte le cifre su quanti siano in realtà: Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, cita una stima di Francesco Scrima, segretario generale della Cisl scuola, secondo il quale “sarebbero più di mezzo milione”, e che, quindi, “per assumerli tutti servono 30 anni”; secondo il ministro, invece, sono 220.000; a 150 mila dei quali è possibile ridare la cattedra, entro il 2018, grazie ai pensionamenti e all’immissione in ruolo; per gli altri subentreranno contratti a tempo determinato. Il che, in tre anni, può far risparmiare alle casse dello Stato 7,8 miliardi di euro, come lo stesso Capo dello Stato ritiene necessario, tanto da affermare, durante la cerimonia d’inaugurazione, che “nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo”, perché “per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore”, con maestri preparati e consci del fatto che insegnare non significa solo far imparare a leggere e scrivere (istruzione peraltro non sempre impartita, se nell’ultimo rapporto Ocse-Pisa del 2006, i quindicenni italiani risultano al 33° posto per capacità di lettura). Importante, invece, come sostiene il sociologo Alberoni, aiutare “a diventare adulti e maturi, senza opprimere, ma con un rapporto personale, quel rapporto, anche tra fra genitori e figli, ormai molto indebolito. Una relazione fra giovani e il mondo maturo che dia un senso alla vita”.            

Ben venga, dunque, la riforma, studiata e voluta per accrescere istruzione ed educazione dei giovani. Per decenni, la scuola italiana è stata manomessa dalla cattiva politica e dal cattivo sindacato a danno dei ragazzi, sulla pelle dei quali, come rileva Davide Rondoni su Avvenire, si è fatta spesso carriera. Dimenticando che istruzione ed educazione servono per affrontare le difficoltà della vita. Ed affermarsi nel mondo del lavoro.

Egidio Todeschini
26.9.2010