Zurigo boccia i referendum sull’eutanasia
Applausi e critiche per il
timore che ciò possa influenzare altri Paesi ad adottare le stesse
regole. La discussione in merito in Italia
Sono stati bocciati i due referendum zurighesi sull’eutanasia:
l’uno, voluto dall’UDF (Unione democratica federale), partito di stampo
cristiano, tendente a vietare il suicidio assistito, autorizzato in Svizzera,
per legge, dal 1941; l’altro, proposto dal Partito Evangelico per riconoscere
ai soli residenti la possibilità di ricorrervi. Le previsioni davano per
scontata la sconfitta del primo, anche perché recenti sondaggi rilevano che
è ormai molto diffusa l’idea che sia diritto della persona decidere dove
e quando morire. Incerto, invece, il risultato del
secondo, in quanto, a stare alle statistiche, il 66% degli Svizzeri è contrario al cosiddetto “turismo del
suicidio”. L’iniziativa referendaria tendeva quindi ad adeguare ai
Paesi europei (che vietano l’eutanasia) il Cantone di Zurigo, ove si
registrano, ogni anno, circa 1400 casi. E a non permettere più di
applicarla a forestieri qui venuti solo per essere scollegati dalle macchine che
li tengono in vita (in 10 anni, 592 provenienti dalla Germania, 102 dalla
Francia, 30 dall’Italia, 18 dagli Stati Uniti e 16 dalla Spagna).
Il risultato, atteso con ansia sia dalla Svizzera,
il cui Governo federale deve ora esprimersi con una norma in proposito, sia dai
cittadini degli Stati ove la morte assistita è proibita, è stato
una bocciatura di entrambi i referendum, con l’84% di voti il primo, con il
78,4% il secondo. Ne consegue che, secondo la legge confederale tuttora vigente,
i medici devono garantire al malato terminale le cure necessarie (nutrizione e
idratazione sono considerate terapie), con il solo limite dell'accanimento
terapeutico, da interrompere al paziente in stato vegetativo persistente, se la
domanda di suicidio persiste. Tuttavia, i dottori devono attenersi alla legge
del 1941 che impone loro di non porre fine alla vita di un essere umano
attraverso la somministrazione di un farmaco letale, fornito invece da membri
delle Associazione di assistenza. L’eutanasia passiva, legale nella
Confederazione, è stata confermata dai Zurighesi convinti che essa
rientri nella libertà dell'individuo e nel loro (presunto) diritto a
porre fine alla sofferenza.
Fine che avviene nella campagna di Pfäffikon, nella
casa immersa nel verde in cui ha sede la Dignitas, una delle più famose cliniche
svizzere che prende nome dall’Organizzazione di assistenza all’addio alla vita che
si consuma in dieci minuti al massimo (un’altra, la Exit Internazional agisce a
Berna). Questa decisione vede critici Emilio Coveri, presidente
dell’associazione pro-eutanasia Exit Italia, e Bernard Sutter, vicepresidente
di Exit International, secondo i quali “aiutare qualcuno con il suicidio
assistito è un responsabilità molto grande. Non possiamo
risolvere il problema di morire nel resto d’Europa. Saremmo felici se gli altri
Paesi cambiassero le loro leggi”, non ammettendo legalmente l’eutanasia (come
ha fatto nel marzo 2010 la Spagna) ma
ribadendo il no, ammesso anche dalla Chiesa cattolica, all’accanimento terapeutico.
Qualcuno si augura ora che il voto svizzero possa riaprire
un dibattito anche in Italia, dove il problema è ancora regolato dalla
legge del 1993 che richiede, per l’interruzione delle cure, l’accertamento
della morte cerebrale. Questione che, tuttavia, va esaminata con raziocinio,
anche per non correre il rischio, esistente per esempio in Olanda, di
registrare un aumento di casi di eutanasia o, peggio, di applicarla anche a chi
soffre di demenza allo stadio iniziale. Con
l’aggravante che spetta ai medici olandesi decidere (per il bene del paziente!)
se, per lui, sia meglio morire! O, come successo nel 2004 a Groningen (Paesi
Bassi) ove il centro medico dell’università ha richiesto perfino quella
sui bambini. Pretese e decisioni che dovrebbero far riflettere quanti credono
che essa sia la frontiera di nuovi diritti di libertà. Certo, secondo un
sondaggio Eurispes di qualche anno fa, 7 Italiani su 10 sono favorevoli
all’eutanasia, mentre i contrari, per rispetto “della concezione cristiana di dignità della vita umana”,
auspicata da Benedetto XVI, ammonterebbero al 23,5%, e il rimanente 8,5%,
soprattutto donne, non ha saputo o non ha voluto rispondere. Il 74,7% è
favorevole all'introduzione del testamento biologico, previsto da un recente
disegno di legge presentato alla Camera, a favore del quale Berlusconi ha
chiesto, per iscritto ai membri della maggioranza, “lealtà” nel voto,
per “conciliare l'etica della convinzione con quella della responsabilità”,
in quanto il testo sancisce “che nessun trattamento sanitario può essere
compiuto sul paziente senza che questi abbia espresso il proprio consenso,
assicurando così la libertà di cura. Nello stesso tempo, traccia
un confine netto con l'eutanasia, evitando anche i rischi di accanimento
terapeutico”. Sul dibattito, già acceso perché Pd e Idv sono contrari al
provvedimento, peserà indubbiamente il risultato dei referendum
zurighesi, tanto da spingere il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella,
a sottolinearne “l'urgenza”, onde evitare di aprire le porte all'eutanasia. Prevedibile,
quindi, un notevole scontro tra favorevoli e non, benché si potrà
contare sull'appoggio dei cattolici dell'Udc, a nome dei quali Paola Binetti ha espresso il suo parere
negativo sul risultato referendario elvetico. E, a questo punto, c’è
solo da sperare che il provvedimento passi al più presto. E che, in nome
di un presunto laicismo, non contrasti i principi cattolici.
Egidio
Todeschini
18.5.2011