In Italia il presidenzialismo non basta

Il nostro sistema politico lascia a desiderare. Ma quello alla francese non risolve i nostri problemi. Occorre cambiare mentalità e Giustizia

 

 

Il mio articolo del 3 febbraio scorso (Di riforme si parla sempre ma non si fanno) ha “creato nausea” in un lettore che ne ha interrotto la lettura a metà testo e mi ha indirizzato una lunga lettera. Nella quale esordisce con un’analisi della “psiche degli Italiani”, che spinge inevitabilmente a cambiare “solo un pochino a condizione di poter manovrare con infiniti interessi e con un frazionamento politico enorme”; poi rileva che “l’idea di base dei parlamentari e dei media è la democrazia modello Antica Grecia, che è modello arcaico”, per cui “il popolo non è sovrano”; ed auspica, a soluzione dei nostri mali, “una direzione centrale forte, dove le persone che decidono sono due o tre”.  E’ convinto, il mio lettore, che “a fine 2010 non si sarà fatto niente di concreto; il Parlamento è incapace”; e ritiene che, se instaurassimo anche in Italia “una Repubblica presidenziale modello De Gaulle o russo, tutto rientrerebbe nell’ordine, con meno risse e chiacchiere”. In caso contrario, “lo stallo porterà un giorno alla secessione”. Verità, questa, condivisa da “Giovanni Sartori, politologo affermato, che i politici italiani non vogliono comprendere”.

Fin qui, il suo pensiero, benché riassunto, che condivido solo in parte: verissimo che nel nostro Paese prosperi una quantità incredibile di partiti e partitini, il che non rende facile la conduzione politica della Penisola; innegabile che essi guardino più ai loro interessi che non al benessere dei cittadini; incontestabile che il popolo sia tutt’altro che sovrano, e non solo per il fatto di non poter eleggere il Capo dello Stato. Mi permetto, tuttavia, di ricordargli che definiamo il sistema politico occidentale con una parola tratta dal greco, “democrazia” = autorità del popolo, proprio perché essa è nata nella antica Grecia, dove il desiderio di libertà spinse le genti a trasformare le monarchie in repubbliche; nelle quali, a governare, erano i cittadini tutti, riuniti in “Assemblee”, che si pronunciavano sulle decisioni prese dai rispettivi Senati; ove, in sostanza, non esistevano i partiti, ciascun senatore e ogni cittadino decidendo in base alla propria opinione. Sistema possibile in quanto gli aventi diritto erano relativamente pochi (i giovani acquisivano la cittadinanza al compimento del ventesimo anno di età e solo se dimostravano di amare la Patria, così da essere capaci di mantenerne la pace e la libertà). I “magistrati”, scelti dal popolo, avevano poteri notevoli, controbilanciati dalla durata di un anno del loro incarico.

Una divisione di competenze ben diversa dalla nostra. Non credo, quindi, che la situazione politica italiana dipenda dal fatto di avere un sistema costituzionale “arcaico” tipo Magna Grecia. La nostra democrazia, almeno in teoria, si basa sulla divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) quale prevista, nel 1748, da Montesquieu. Il primo, in rappresentanza dei cittadini, emana le leggi o abroga quelle esistenti; il secondo invia o riceve ambasciate, organizza la difesa, previene le invasioni, pianifica i servizi necessari alla popolazione; il terzo punisce i delitti o giudica le controversie dei privati. Ed è lo stesso Montesquieu ad ammettere che quest’ultimo è praticamente “nullo”.

Ecco, caro lettore, il bandolo della matassa: a parte altri inconvenienti connessi all’eccessivo peso burocratico, al bicameralismo che allunga i tempi, all’esagerato nepotismo, alla tendenza alla corruzione, al numero esorbitante di partiti, siano essi rappresentati o meno in Parlamento, nel nostro Paese a rendere tutto più difficile c’è lo strapotere della Magistratura che spesso non si attiene alle leggi; politicizza le sentenze; trasforma l’obbligatorietà dell’azione penale in discrezionalità; allunga eccessivamente i tempi dei processi. Non credo affatto che un semipresidenzialismo alla francese ne ridurrebbe l’attitudine a colpire, con un avviso di garanzia, l’eventuale Presidente della Repubblica, eletto sì dal popolo “sovrano”, ma magari non gradito a qualche magistrato. Non c’è riuscita neppure la modifica, sia pure non costituzionale, dell’elezione diretta del Capo del Governo da parte degli elettori: quante volte Berlusconi, al quale si nega anche il diritto di posticipare i processi, è stato messo sotto inchiesta e, di conseguenza, invitato a dimettersi? Quanto tempo resterebbe al Quirinale, pur insediatovisi per volontà e scelta popolare, non essendoci in Italia una legge come quella francese che fa rinviare i procedimenti giudiziari alla scadenza dell’incarico presidenziale?

Le dirò di più. E’ vero che Sarkozy oggi può dirigere il suo Paese senza molti problemi, ma può farlo per due motivi ben precisi: primo perché, oltre alla normativa sopra citata, in Francia non c’è l’obbligatorietà dell’azione penale e la divisione delle carriere sottopone al controllo del Ministro della Giustizia i Pm, i quali sono promossi per merito (non per anni di servizio come in Italia), ma rispondono dei propri errori; secondo perché l’attuale Capo di Stato gode di una maggioranza parlamentare che lo sostiene. E’ più difficile per chi ha un Premier ed una preponderanza assembleare di segno politico opposto. Mitterrand ne seppe qualcosa. In Russia, poi, il semipresidenzialismo è tutto tranne che democratico, in quanto il Presidente è al di sopra di tutti gli altri organi, tanto da annientare il principio basilare della divisione dei poteri. Può infatti emanare leggi e porre il veto a quelle approvate dal Parlamento; dirigere e controllare l’operato dei Ministri, nonché sostituirli quando crede; decidere, a sua discrezione, di sciogliere il Parlamento. Non solo: nomina personalmente i 20.000 giudici, assoggettandoli così alle proprie opinioni.

Dubito, caro lettore, che sia sufficiente un sistema francese o russo per risolvere i problemi d’Italia. Che la Costituzione vada aggiornata è innegabile; ma oggi nella Penisola occorre più senso dello Stato e meno “caste”; più rispetto dell’avversario politico, da non considerare come un nemico da abbattere; soprattutto meno politicizzazione della Giustizia. Senza di che, il Presidenzialismo non basta. 

Egidio Todeschini
18.2.2010