Vivere la Pasqua per diventare egregi

E’ meglio essere cristiani senza dirlo che dire di essere cristiani senza esserlo. Necessario capire il significato della Risurrezione

 

 

La Pasqua è alle porte. E probabilmente, come sempre, siamo già immersi nei preparativi, negli acquisti, magari con la testa in un viaggio. Per molti, in fondo, è solo una festività, come quella natalizia, che si ritiene vada goduta al meglio nei giorni di vacanza che regala. Così rischiano però di dimenticare il valore salvifico della Resurrezione di Cristo. Vivere, invece, il significato della Pasqua aiuta a superare le difficoltà quotidiane; a mitigare la solitudine di parenti, amici o vicini di casa; a svolgere doverosamente il nostro lavoro; ad indignarci per le ingiustizie, le violenze, le ipocrisie del mondo e a cercare di limitarle con un gesto di carità o con il volontariato; a saper perdonare, così come il Signore perdona noi.

Noi, come italiani, ma credo anche come europei, “non possiamo non dirci cristiani”. Lo diceva il nostro grande intellettuale Benedetto Croce. Tutto di noi - usi e costumi, cultura generale, linguaggio, storia, filosofia - è impregnato di cristianesimo. E ciò vale anche, certo con loro grande dispetto, per gli stessi agnostici e gli anticlericali. Di questo fatto incontestabile non si potrà non tenere conto nell’impostare, ad esempio, la riforma scolastica, quella della giustizia e in particolare la politica dell’integrazione degli immigrati. Pena il rischio di sfasciare tutto.

Ma, per amore di verità, io mi permetto di rivoltare la frase di Benedetto Croce e chiedere a tutti: “Chi di noi può dirsi davvero cristiano?”. E’ evidente che per esserlo autenticamente non basta portare una croce al collo, nemmeno battersi contro gli avversari del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici. Non è segno di cristianesimo genuino neanche battersi contro le moschee e i minareti. Potrebbe trattarsi di semplice xenofobia. Non basta neppure dire tutti i giorni “Signore, Signore”, credendosi così dei “cattolici doc”. O portare in tasca l’immaginetta di Padre Pio, oppure essere devoti di questo o quel santo. Troppo comodo, non costa molto. S. Ignazio di Antiochia, a chi la pensava così, ricordava secco che “è meglio essere cristiani senza dirlo, che dire di essere cristiani senza esserlo”.

Ma allora, per essere cristiani veri, che cosa dobbiamo fare? Questa è la domanda che quelli di Gerusalemme rivolsero a San Pietro duemila anni fa, dopo che egli aveva affermato che Gesù Cristo è il solo Signore e Salvatore dell’uomo. E, come sappiamo, l’Apostolo rispose con fermezza: “Salvatevi da questa generazione perversa”. Nientemeno: perversa! Il linguaggio è duro, senza sfumature. Come è indispensabile nelle situazioni decisive, per non perdersi nelle fumosità. “Perverso” significa deviato, sbandato, quindi fuori da ogni ordine logico e morale.

Il cristiano è chiamato a salvarsi (dico a salvarsi!) da un’umanità che si è pervertita andando dietro agli idoli comodi e allettanti. Il cristiano è chiamato a costruirsi, o a ricostruirsi, sintonizzandosi sui “sentimenti di Cristo”.

Le nostre idee sul matrimonio, sulle relazioni sociali, sulla giustizia, sul potere, sui soldi, su Dio stesso, sono come quelle di Gesù Cristo e del Vangelo? O non ci siamo piuttosto adeguati completamente alla mentalità  e alle abitudini correnti?

“Non conformatevi alla mentalità di questo mondo” raccomandava duemila anni fa San Paolo ai cristiani di Roma. Che cosa avrà voluto dire? E che cosa direbbe a noi, cristiani di oggi, portati così facilmente a pensare e ad agire come tutti quelli che non hanno nessuna fede e nessuna speranza?
Ma la cosa più bruttta è che, quando qualcuno ci ripete le raccomandazioni di San Paolo, siamo tentati di dargli addosso come ad un oscurantista e ad un nemico dell’umanità.

Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” ammoniva già Dante Alighieri per bocca di Ulisse (Inferno, Canto XXVI). E questo fa il pari con “Uomini siate e non pecore matte” (Paradiso, Canto V).

E’ Pasqua: non potrebbe essere la volta buona per…uscire dal gregge per diventare cristiani “egregi”?

La Pasqua è promessa di salvezza. A patto di far propri gli insegnamenti del Signore; di persuaderci che dipende da ogni singolo uomo il riuscire a ridurre, se non ad eliminare, i macigni delle in­giustizie, della violenza, di quelle diaboliche bramosie che contrastano con la nostra fe­de.

Pasqua è “passare” - secondo il significato etimologico del termine - dalle tenebre della morte alla luce della grazia; è – come dice Sant’Ambrogio - il “passaggio dal peccato alla vita, dalla colpa alla grazia, dalla macchia alla santità”. Capirlo, vuol dire praticare le virtù e, secondo l’invito del Papa, “allontanare tutto ciò che distrae lo spirito, per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo”. Significa ancora contrastare la scristianizzazione dell'Italia e dell'Europa intera; seguire i precetti di Cristo che non incita ad uccidere “l'infedele”, ma insegna ad evangelizzare con l'esempio e con la parola; che non spinge alla vendetta ma al perdono; che ci riconosce il libero arbitrio; che accoglie il peccatore pentito.

Per celebrare degnamente la Resurrezione di Cristo occorre amare il prossimo; scoprire il valore della tolleranza, della solidarietà, del rispetto degli altri; vincere le lusinghe suggerite dalla mentalità e dai costumi correnti; abbandonare i viottoli dell'egoismo e del piacere, del materialismo e del potere.

Spero che l’augurio di “Buona Pasqua” sia interpretato in tal senso dai miei lettori.

Egidio Todeschini

21.3.2010