Umiltà e coraggio del Papa in Gran Bretagna
Grande successo del viaggio di Benedetto XVI che ha
stupito gli Inglesi. Condanna abusi e nazismo e chiede dialogo e
reciprocità
La
notizia della visita - la prima
ufficiale del Vaticano - di Benedetto XVI nel Regno Unito era stata accolta,
sei mesi fa, da aspre polemiche, sfociate ultimamente in previsioni
negative, ampliate da alcuni
giornali che profetizzavano ostacoli e trappole ad opera dei cosiddetti Pope Protesters (= contestatori del
Papa): in primo luogo per i costi dell'apparato per la protezione del Santo
Padre; poi perché in quel Paese prevale
la religione anglicana e il laicismo; soprattutto perché pesano ancora, sulla
Chiesa cattolica e sul suo Capo, gli scandali dei preti pedofili. I fatti hanno
smentito tali supposizioni: all’arrivo a Londra, il Santo Padre è stato
accolto, in aeroporto, dal principe Filippo, evento mai successo prima; la
partecipazione alle Messe ed agli incontri con lui è sempre stata molto numerosa;
David Cameron, primo
ministro britannico, si è dichiarato “felice che il Capo della
Chiesa cattolica, che annuncia al mondo un messaggio di pace e di giustizia e
che è in prima linea nella lotta contro la povertà, abbia
accettato l'invito a venire”; gli esponenti della religione locale hanno manifestato
disposizione al dialogo.
Benedetto
XVI, nelle omelie e nelle dichiarazioni ufficiali, ha sempre sottolineato la necessità
di una sentita e profonda collaborazione ecumenica tra le diverse chiese
cristiane; cooperazione essenziale nell’attuale contesto culturale sempre
più distante dall’insegnamento di Cristo, la sola in grado di restaurare,
nel mondo di oggi, malato di relativismo e a rischio di frammentazione, i
principi etici del Cristianesimo. E, proprio perché profondamente convinto del
bisogno, oggi più che mai, di una “piena comunione ecclesiale” e della collaborazione
e del dialogo fra religioni, non ha mai fatto cenno al Cattolicesimo; ha invece
invitato monaci, religiose e religiosi a testimoniare la forza del Vangelo; a
predicarlo con cuore puro e coscienza retta; a servire “il popolo di Dio”. Quel
“popolo di Dio” che, se non difende i valori del Cristianesimo nelle scelte
politiche e civili, rischia d’incrementare i pericoli dei nostri tempi, cioè
quell’esclusione dei valori religiosi nella vita privata e pubblica che
inevitabilmente porta ad “aggressive forme di secolarismo”.
Parole
sempre sagge e concilianti, come quelle espresse nell’omelia della Messa,
celebrata davanti a circa 80mila fedeli, nel Bellahouston Park di Glasgow, in
Scozia, ove non a caso ha sempre parlato di Cristianesimo, mai di
Cattolicesimo; ed anche ad Edimburgo, durante l’incontro con Elisabetta II -
che ha reso omaggio al ruolo della Chiesa cattolica nel settore dell'istruzione
e nella lotta alla povertà – quando ha ricordato che l’evangelizzazione
è compito comune di tutte le Chiese cristiane che non devono “lavorare
per se stesse, ma essere entrambe strumento di Cristo”. Quindi a non deviare
dai dettami del Cristianesimo, come rischiano di fare gli Anglicani disponibili
alle ordinazioni sacerdotali di donne e di gay; o come hanno fatto i preti
pedofili, minando così la credibilità della Chiesa ed alimentando
molte polemiche.
Benedetto
XVI esprime al riguardo un mea culpa forte e accorato, sia con i giornalisti
che lo hanno intervistato sull’aereo che lo portava ad Edimburgo, sia dopo;
confessata la difficoltà a “capire come sia stato possibile”, riconosce
che ciò ha incrinato “il rapporto di fiducia che dovrebbe esistere fra
sacerdoti e popolo”; ammette che “l'autorità della Chiesa non è
stata sufficientemente vigilante, né sufficientemente veloce e decisa nel
prendere le misure necessarie”, per cui invita alla penitenza i colpevoli, al
loro allontanamento dai minorenni e, soprattutto, all’aiuto alle vittime che “vanno
aiutate a superare il trauma e a ritrovare la vita”. Scontate, quindi, ma
sincere le parole di gratitudine rivolte alle Istituzioni cattoliche inglesi impegnate
nella lotta contro gli abusi sessuali sui minori, onde “garantire che le nostre
scuole assicurino un ambiente sicuro per i bambini e i giovani affidatici per
la loro formazione cristiana”.
Coloro che capiscono quanto il Cristianesimo possa
contribuire a migliorare la società occidentale dei nostri tempi –
quindi non solo i 6 milioni di Cattolici
britannici – hanno apprezzato l’umiltà dimostrata dal Pontefice quando
ha condannato il nazismo o quando ha raccontato di essere stato, da piccolo,
educato dalle “Dame Inglesi”. Da ammirare anche la tranquillità dimostrata
quando è stato informato dell’arresto di sei Algerini, che si pensava
volessero ucciderlo. Timore infondato ma che non ha turbato Benedetto XVI, il
quale ha insistito, parlando al St. Mary's University College di Londra, sull’autonomia
nella scelta della religione; sul diritto al rispetto di tutte le Fedi; sulla
libertà di ciascuno a seguire la propria coscienza, senza ostracismi o
persecuzioni, anche dopo una conversione. Come quella di John Henry Newman,
anglicano convertitosi nel 1846 al Cattolicesimo, che Benedetto XVI ha beatificato durante
Molti sono in disaccordo con il Papa su alcuni temi,
tanto da fargli dire che “vi sono alcuni che sostengono che
la voce della religione andrebbe messa a tacere o relegata alla sfera privata. Altri
che… per eliminare le discriminazioni, ritengono che i Cristiani che rivestono
cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria
coscienza”. Liberi di pensarla come vogliono. Ma non possono negare che le
parole espresse dal Pontefice stimolino a porci domande sulla nostra società. E sul suo adeguarsi ad un vizioso
relativismo.
Egidio Todeschini
18.9.2010