Vane polemiche sull’esistenza della Padania

 Bossi e molti leghisti ne sono convinti, Fini ed i politici del Pdl contestano. Per sapere chi ha ragione basta ripassare la storia senza alterarla

 

 

Incredibile: con i problemi che ha l’Italia, esponenti politici e giornali trovano il tempo per dissertare e litigare sull’esistenza della “nazione” Padania. Ancor più inverosimile che, alla vigilia della celebrazione dei 150 anni dell’Unità nazionale, sulla quale peraltro non sono mancate discussioni e critiche varie, si rispolverino vecchi attriti, inopportuni orgogli territoriali e nuove minacce di secessione. Intendiamoci: quasi tutti gli Stati europei sono nati grazie a cittadini che si sono opposti al potere di un impero, romano, bizantino, carolingio, germanico o napoleonico che fosse. Anche la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, ratificata nel 1776, è il frutto della ribellione, da parte di chi vi fu deportato o v’immigrò, all’idea di veder considerate colonie le loro terre.

La zona geografica che prende il nome dal Po non esiste come Stato, non è mai esistito e forse non esisterà mai, benché l’art. 1 dello Statuto della Lega ponga come scopo “il conseguimento dell’Indipendenza della Padania e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana”. Per ora, però, il partito di Bossi non ha la maggioranza che servirebbe per attuarla, neppure tra chi oggi lo vota per motivi economici (meno tasse, trasferimenti al Sud e meno burocrazia centrale) e di sicurezza (immigrazione). Certo, molta gente del Nord manifesta una forma di antiitalianismo (vedasi il preferire il “Va’ Pensiero” all’Inno nazionale), e sente il Sud come “palla al piede”, a causa dell’attitudine dei meridionali ad aspettare la manna dal cielo; dell’abulia delle classi dirigenti; dei milioni di euro che vi si sperperano. In effetti, in Lombardia il tasso di spreco nei servizi pubblici ammonta al 2,8% delle risorse finanziare regionali, in Calabria si arriva al 50,2%, in Sicilia al 49,8%, in Puglia al 38,1%; l’evasione fiscale, pari al 2,5% in Lombardia, raggiunge l’85,3% in Calabria, il 63,4% in Sicilia e il 55,3% in Campania; al Nord c’è un dipendente regionale ogni 1.800 abitanti, in Campania uno ogni 472, in Molise uno ogni 226.

Rizzo e Stella sul Corriere della sera si chiedono perché mai le Regioni, soprattutto quelle piccole, debbano avere basi diplomatiche all’estero, come le Marche (1.552.968 abitanti) che ne ha nove; o la Basilicata (597.768 residenti) che ne conta tre; il già citato Molise (320 mila abitanti) che spende un milione e 600 mila euro solo per mantenere un edificio a Bruxelles, oltre ai 4 milioni di affitto degli uffici regionali. O la Campania di Bassolino che affittò per 140.000 euro l’anno un appartamento a New York. Forse però serve di più ripassare la storia senza alterarla per motivi pregiudiziali, come fa Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, quando sostiene che “la Padania esiste. Nel presente ed è proiettata nel futuro”; e cita, per avvalorare la propria tesi, il testo, pubblicato nel 1998, di Giancarlo Pagliarini e Gilberto Oneto, ove si legge “che la Padania ha avuto lunghi periodi di unità, con i Longobardi, all’interno dell’Impero Romano-Germanico, con la Repubblica Cisalpina, e poi con il napoleonico Regno d’Italia che comprendeva solo la parte settentrionale della Penisola”. Non citano, i due autori, le medievali Repubbliche Marinare di Genova e Venezia per due secoli in perenne conflitto l’una con l’altra: ovvio, il fatto avrebbe scombussolato la loro interpretazione della Storia.

Non sono docente universitario ma le mie reminiscenze storiche mi dicono che i Longobardi diedero origine ai Comuni, non ad uno “Stato”, proprio perché si spartirono le terre in tanti piccoli regni; che non arrivarono nel Veneto e nelle zone costiere alle foci del Po, le quali restarono in mano ai Bizantini; e che si estesero al Sud ove fondarono i Ducati di Spoleto e Benevento. Che Federico II di Svevia, discendente degli Hohenstaufen e nipote di Barbarossa, quindi imperatore del Sacro Romano Impero, fu anche Re di Sicilia. E che il “Regno d’Italia”, creato da Napoleone, durò solo 19 anni e coinvolse l'Italia centro-orientale, comprese l’Illiria e la Dalmazia, ma non il Piemonte e la Liguria. Sbaglia (volutamente?) anche la Lega quando, a Legnano o a Pontida, inneggia ad Alberto da Giussano, figura leggendaria al quale Giosué Carducci fa dire: “Ecco, io non piango più. Venne il dí nostro, o milanesi, e vincere bisogna”. Certo, nel 1167, invocato da alcuni Comuni, tra i quali Lodi, Pavia e Como, onde frenare la prepotenza delle Istituzioni imperiali, installate a Milano, che ne limitavano l'indipendenza e ne impedivano lo sviluppo, per ribellarsi al Barbarossa fondò la Lega Lombarda, accomunando 16 città lombarde in prevalenza bresciane, venete ed emiliane, ma non piemontesi o friulane. Considerato eroe nazionale (non solamente padano!), nel 1930 il suo nome fu dato ad un incrociatore leggero della Regia Marina della classe Condottieri; l’anno successivo fu costituita la 58ª Divisione fanteria "Legnano" del Regio Esercito, con l’effige di Alberto inserita nello stemma araldico.

Il professor Galli è convinto che, a valutare “virtù civiche, usi, costumi, mentalità collettive, culture, spinte economiche e produttive, attaccamento al territori appare evidente che le regioni del Nord, per quanto variegate, convergono verso l’unità”. Indubbio. Ma a creare una “nazione” concorre soprattutto l’uso di una lingua comune, sia pure solo dialettale, che nelle terre padane manca, essendo diversissimi i dialetti locali. L’italiano fu, invece, il principale collante dello Stato sorto nel 1861, benché l’analfabetismo all’epoca fosse diffusissimo e la Penisola divisa in Regni e Principati, la maggior parte dei quali stranieri. Non per nulla il milanese Alessandro Manzoni andò a Firenze per “sciacquare i panni in Arno”, prima di stendere l’ultima redazione dei Promessi Sposi. Capisco che a molti settentrionali possa non piacere l’Italia meridionale di ieri e di oggi, “ladrona” come Roma e forse anche di più. Ma da qui a travisare la storia ce ne corre. Anche perché ciò non aiuta a creare il senso civico ancora carente in Italia.  

Egidio Todeschini