Vane polemiche sull’esistenza della Padania
Bossi e
molti leghisti ne sono convinti, Fini ed i politici del Pdl contestano. Per
sapere chi ha ragione basta ripassare la storia senza alterarla
Incredibile:
con i problemi che ha l’Italia, esponenti politici e giornali trovano il tempo
per dissertare e litigare sull’esistenza della “nazione” Padania. Ancor
più inverosimile che, alla vigilia della celebrazione dei 150 anni
dell’Unità nazionale, sulla quale peraltro non sono mancate discussioni
e critiche varie, si rispolverino vecchi attriti, inopportuni orgogli territoriali
e nuove minacce di secessione. Intendiamoci: quasi tutti gli Stati europei sono
nati grazie a cittadini che si sono opposti al potere di un impero, romano,
bizantino, carolingio, germanico o napoleonico che fosse. Anche
La zona
geografica che prende il nome dal Po non esiste come Stato, non è mai
esistito e forse non esisterà mai, benché l’art. 1 dello Statuto della
Lega ponga come scopo “il conseguimento dell’Indipendenza della Padania e il
suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e
sovrana”. Per ora, però, il partito di Bossi non ha la
maggioranza che servirebbe per attuarla, neppure tra chi oggi lo vota per motivi
economici (meno tasse, trasferimenti al Sud e meno burocrazia centrale) e di
sicurezza (immigrazione). Certo, molta gente del Nord manifesta una forma di
antiitalianismo (vedasi il preferire il “Va’ Pensiero” all’Inno nazionale), e
sente il Sud come “palla
al piede”, a causa dell’attitudine dei meridionali ad aspettare la manna dal
cielo; dell’abulia delle classi dirigenti; dei milioni di euro che vi si sperperano.
In effetti, in
Lombardia il tasso di spreco nei servizi pubblici ammonta al 2,8% delle risorse
finanziare regionali, in Calabria si arriva al 50,2%, in Sicilia al 49,8%, in
Puglia al 38,1%; l’evasione fiscale, pari al 2,5% in Lombardia, raggiunge
l’85,3% in Calabria, il 63,4% in Sicilia e il 55,3% in Campania; al Nord c’è
un dipendente regionale ogni 1.800 abitanti, in Campania uno ogni
Rizzo
e Stella sul Corriere della sera si
chiedono perché mai le Regioni, soprattutto quelle piccole, debbano avere basi
diplomatiche all’estero, come le Marche (1.552.968 abitanti) che ne ha nove; o
Non sono docente
universitario ma le mie reminiscenze storiche mi dicono che i Longobardi
diedero origine ai Comuni, non ad uno “Stato”, proprio perché si spartirono le
terre in tanti piccoli regni; che non arrivarono nel Veneto e nelle zone
costiere alle foci del Po, le quali restarono in mano ai Bizantini; e che si
estesero al Sud ove fondarono i Ducati di Spoleto e Benevento. Che Federico II
di Svevia, discendente degli Hohenstaufen e nipote di Barbarossa, quindi imperatore
del Sacro Romano Impero, fu anche Re di Sicilia. E che il “Regno d’Italia”, creato
da Napoleone, durò solo 19 anni e coinvolse l'Italia centro-orientale, comprese l’Illiria e
Il professor Galli è convinto che, a valutare
“virtù civiche, usi, costumi, mentalità collettive, culture,
spinte economiche e produttive, attaccamento al territori appare evidente che
le regioni del Nord, per quanto variegate, convergono verso l’unità”.
Indubbio. Ma a creare una “nazione” concorre soprattutto l’uso di una lingua
comune, sia pure solo dialettale, che nelle terre padane manca, essendo diversissimi
i dialetti locali. L’italiano fu, invece, il principale collante dello Stato
sorto nel 1861, benché l’analfabetismo all’epoca fosse diffusissimo e
Egidio
Todeschini