Sopravvive lo scontro tra Nord e Sud

L’Unità d’Italia è ancora mal sentita e poco apprezzata. Il che alimenta le smanie secessioniste della Padania e del Meridione

 

Sta per concludersi il 150° anniversario dell’Unità nazionale ma non si smette di discutere sull'esistenza, o meno, di un'italianità unica dalle Alpi a Pantelleria. Né si smette di polemizzare sulla situazione economica e politica del Regno delle Due Sicilie prima della conquista savoiarda; sui metodi, violenti e feroci, con i quali è stata realizzata l'Unità; o sulla povertà che ne è derivata nel Sud. Si registra ancora quello scarso senso patriottico che, come dice Marcello Veneziani, guasta alla Penisola “la festa di compleanno. Nel 1911… sparlarono di lei i socialisti… i cattolici… e i repubblicani che detestavano la sua casa reale e la sua tresca monarchica”. Alla celebrazione dei cent’anni, “i comunisti e le sinistre la consideravano ancora amante di nazionalisti e fascisti, mentre loro erano internazionalisti ... Quest’anno invece è toccato ai leghisti a Nord e i neoborbonici a Sud rovinarle” la ricorrenza. A riprova di quanto sia difficile mettere d’accordo polentoni e terroni e a farli sentire figli della stessa Patria.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel suo discorso celebrativo in Parlamento, ha invitato tutti ad un «esame di coscienza collettivo», sottolineando anche la necessità di restare uniti e di prendere le distanze dagli eccessi, siano essi di patriottismo o antinazionali. Appello utile, che andava però completato con una maggiore verità storica sul Regno borbonico prima del 1861. Che contava 9,3 milioni di abitanti, risultando così il più popolato tra gli Stati preunitari. Nel quale le tasse, le più basse della Penisola, erano soltanto 5, contro le 22 introdotte poi dai Savoia. Ove gli addetti all'agricoltura rappresentavano il 33,7% della forza lavoro contro il 34,9% del Nord, mentre gli impiegati nelle industrie, soprattutto metalmeccaniche e tessili, erano il 16,3% contro l'11,8% del Settentrione. La marina mercantile contava 10.863 navi e 45mila marinai; sul territorio scorrevano 3mila km. di strade e le prime linee ferroviarie costruite in Italia (Napoli-Portici; Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua). Insomma, non era uno Stato del tutto arretrato.

E’ vero, la maggior parte della popolazione era analfabeta, ma il Regno aveva una ricchezza in denaro, terre ed industrie che, secondo gli attuali filo borbonici, fece gola ai Savoia che, ad Unità realizzata, infatti la depredarono: i soldi servirono a ripianare, per il 60% contro l’1% della Lombardia ed il 4% del Piemonte, il debito della Monarchia sabauda, cresciuto soprattutto a causa delle già compiute guerre d’indipendenza. Le industrie furono in gran parte trasferite al Nord; le terre, anche quelle sottratte al clero, furono cedute a basso prezzo alla borghesia settentrionale o agli antichi feudatari. A rimetterci fu il popolo, coinvolto in una guerra civile nella quale, secondo Giordano Bruno Guerri, furono trucidate almeno 100.000 persone, donne e bambini compresi, o forse, come nel 1861 scrissero i Gesuiti su Civiltà Cattolica, più di un milione. La cifra vera non si saprà mai ma basta pensare ai massacri di Pontelandolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, ove avvennero fucilazioni di massa, torture, stupri ed incendi delle case con la gente all’interno. O alla fortezza-lager di Finestrelle, sita a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi.

Cronistorie e statistiche, queste, spesso assenti nei libri scolastici o addirittura falsate. Il che ha spinto il meridionalista Carmine De Marco a scrivere il saggio “Centocinquanta anni di bugie” in cui descrive la situazione del Regno Borbonico prima dell’Unità e ricorda gli insulti, ricorrenti e reciproci, dell’epoca: i Meridionali definiti beduini, peggio che Africani, degenerati, ritardati, selvaggi, degradati; i Settentrionali razzisti, analfabeti, beoti, ubriaconi, bestemmiatori, evasori fiscali, sfruttatori di clandestini. Villanie che in parte sussistono ancora, alle quali si aggiunge quella sui terroni che non hanno voglia di lavorare e che sfruttano i soldi pubblici. Sarà anche vero, se il Veneto ha solo 225 dirigenti regionali mentre la Sicilia ne ha 2.150. Oltre ai 100.000 dipendenti ordinari. O se, come rileva il sociologo Luca Ricolfi in Il sacco del Nord, ogni anno 50 miliardi di euro arrivano al Sud dalle Regioni nordiche. Indubbio anche che molti campano a carico dell’Inps, così che la metà delle cause su falsi invalidi si svolgono a Foggia, Napoli, Bari, Roma, Lecce e Taranto. Certo, gli abitanti del Centro-Sud hanno in gran parte colpe e responsabilità, suffragate per decenni grazie ai soldi pubblici, 30 miliardi circa, loro versati dai politici, nazionali o locali, per ottenere voti. 

Ma non tutti. Non i 5 milioni che lavorano nelle fabbriche del Nord. O i 20 milioni di emigrati obbligati a prendere, per sopravvivere dopo i disastri dell’Unità d’Italia, la via dell’esilio. Né la metà dei Caduti meridionali nella prima Guerra Mondiale, pur rappresentando solo un terzo della popolazione nazionale. Non stupisce, quindi, che la voglia di secessione, nel Sud, germogli come reazione agli insulti della Lega. O che lo scrittore Pino Aprile, nel suo libro “Terroni”, tenti di spiegare come l'Unità d'Italia lo abbia danneggiato e quanto sia costata ai suoi abitanti, in termini di miseria e di brigantaggio che diede origine a mafia, camorra e 'ndrangheta. Verità ovvie che non alimentano l’amor patrio. Ha ragione Veneziani quando afferma che non è la Costituzione a fare dell’Italia un Paese, bensì “la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo, e la percezione di sentirsi, pur nelle diversità, un popolo”. Sentimento carente al lettore il quale, convinto che nel Meridione vige la legge del più furbo e del più disonesto, mi scrive: “Il Sud non potrà mai cambiare. La Chiesa in Italia difende i deboli e i poveri ma non serve, se i poveri vogliono rimanere poveri. La solidarietà e l’aiuto del Nord non possono durare in eterno”.  Ma dove va, così, l’Italia?

Egidio Todeschini

 

17.12.2011