La più grande forza a favore dell’umanità

La Giornata internazionale della nonviolenza. Un invito alla pace e ad amare il prossimo ripetuto da Gandhi e prima di lui da Cristo

 

Mi viene spontaneo chiedermi quanti, in Svizzera e nel mondo intero, sappiano perché, nel 2007, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite scelse il 2 ottobre per la Giornata internazionale della nonviolenza. Il motivo c’è: in quel giorno del 1869 nasceva in India Gandhi, il Mahatma (in sanscrito significa “grande anima”) che rifiutava la violenza e che incitava a trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati. Fu lui a coniare, nel 1908, in parola unica il termine “nonviolenza”, la “più grande forza a disposizione dell’umanità” cui credeva fermamente, tanto da poter affermare: “ci sono cose per cui sono disposto a morire ma nessuna per cui sarei disposto ad uccidere”. Una frase che riassumeva la sua cultura di pace, di tolleranza, di comprensione e di rispetto. Un messaggio che cercò sempre di diffondere ma che, purtroppo, non è stato ancora assimilato. Anzi è sempre più vilipeso, a giudicare dai sanguinosi fatti di cronaca quotidiana, dai perpetui contrasti politici e dai continui conflitti a causa dei quali muoiono tanti innocenti. A dimostrazione che la violenza è tuttora praticata in ogni sua forma e in tutte le latitudini, causando omicidi, povertà, diritti negati e fame. Infamie che, solo in Somalia negli ultimi 6 mesi, ha provocato la morte di oltre 80 mila persone, vittime della carestia che, secondo la Fao, è frutto di guerra e di mattanze.    

L’idea di dedicare una giornata alla divulgazione di una maggiore fratellanza tra i popoli fu del Ministro degli Esteri indiano, Anand Sharma, convinto dell’opportunità e necessità di dare maggior rilievo alla filosofia di Gandhi, che rifiuta l'uso della violenza fisica e verbale. Il che non significa inattività o mancata reazione ma, come spiega il filosofo Gene Sharp, è una tecnica che insegna “come agire efficacemente in politica … come esercitare il potere”. E a controllare l’odio che spinge ad uccidere. Solo una cultura di pace e di rispetto permette di ottenere tolleranze politiche tra gli Stati e maggiore sicurezza sociale, nonché di ridurre i delitti. Solo la nonviolenza aiuta a superare il pregiudizio, a coltivare la comprensione tra i popoli. E tra chi, per dispetto, invidia, gelosia o altro, litiga ed ammazza.

Lo scorso anno, inaugurando le celebrazioni della giornata, il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon disse che “l’ispirazione che ci viene dal Mahatma Gandhi è oggi necessaria più che mai”. Indispensabile, infatti, a dispetto di quanto scritto, nel 1945, nella Carta delle Nazioni Unite che invita a “praticare la tolleranza e vivere insieme in pace come buoni vicini”, ad “assicurare… che non venga impiegata la forza armata, salvo che nell’interesse comune”. Finalità che si possono raggiungere solo promovendo i diritti umani e cercando di risolvere i conflitti con il dialogo; eliminando la violenza contro il prossimo e contrastando ovunque l’odio e l’estremismo; e costruendo ponti tra le diverse popolazioni. Acquisendo, cioè, la cultura della pace ed agendo tutti per garantirla. Un cambiamento di modi di agire che, invece, è mancato. La nonviolenza spinge, come c’insegnò Gesù, ad amare il prossimo come noi stessi. Ma richiede educazione e - come disse il Mahatma - azione, un minimo della quale “ha più valore di tonnellate di predicazione”. Solo l’amore e l’azione possono impedire che il male prevalga sul bene.  

La Giornata della nonviolenza è una buona occasione per condannare verbalmente le tante brutalità del nostro tempo, dagli attentati terroristici alle aggressioni alle comunità cristiane; dalle guerre ai tanti episodi di stupri, omicidi, aggressioni, rapine e criminalità varie che si registrano ogni giorno in Italia e all’estero. Ma non basta biasimare o limitarsi a citare le parole di Cristo, quel “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Occorre agire, essendo questa l'unica via per la sopravvivenza del genere umano. Ed “agire” significa soprattutto educare e promuovere con impegno appassionato pensieri ed opere di pace. Convinti che la violenza preoccupa a livello familiare, scolastico, mediatico, partitico e sfocia poi nelle lotte e nelle guerre che mietono tante vittime innocenti, la Giornata è anche un invito ai genitori ed educatori ad insegnare ai figli cosa significa rispettare gli altri, collaborare con il prossimo ed appianare i problemi mediante il dialogo. Cioè ascoltare, spiegare, invogliarli ad amare, a condividere, senza spingerli all’odio o all’aggressività con litigi fra coniugi, minacce o divorzi. Appello che rivolge anche alla scuola che deve “educare” a vincere l’egoismo, ad essere solidale con chi ha bisogno di conforto o di aiuto, a conoscere le diverse culture e tradizioni, anche religiose, ed accettarle, senza cadere nella presunzione di credere di essere superiori.

E questo vale per ogni Paese, per ogni famiglia. Sarà anche vero che in Svizzera convivono pacificamente persone provenienti da tutti i Paesi del mondo. E che la sua secolare neutralità le eviti di provocare morti in guerra. Ma è indubbio che anche la Confederazione registri atti singoli di violenza. Da qui l’auspicio a che i semi di pace deposti nei cuori di tanti uomini… maturino frutti positivi, in particolare quello che fa sentire l’altro come un fratello, non come un nemico da abbattere ad ogni costo. Per arrivare a vivere in una società come quella descritta da Isaia, in cui Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto”, bisogna imparare a non giudicare secondo le apparenze e a prendere coscienza che da una guerra ne nasce sempre un’altra. La violenza, in famiglia, in politica, tra amici e compagni di scuola o per strada, non aiuta ad instaurare la pace e l’armonia interpersonale. Anzi, favorisce sentimenti di odio e di vendetta.

Egidio Todeschini

21.9.2011