Il tiramolla
sulla manovra finanziaria
Per affrontare la crisi occorre ridurre le spese e
aumentare le entrate. Tutti d’accordo, purché a rimetterci siano gli altri
In Italia, da settimane, politici e giornalisti discutono sulla manovra
prevista da Tremonti, Ministro dell’Economia, per permettere al Paese di uscire
dalla crisi e risanare i conti nazionali. Ora al Senato, essa ha dato
origine a tutta una serie di ripensamenti, di polemiche, di scioperi, di
accuse, di correzioni, di suggerimenti, tanto da spingere il Presidente della
Repubblica a sollecitarne l’approvazione prima delle vacanze estive; ed il Capo
del Governo ad affermare “ci penso io”. Quello che ha colpito di più, in
merito, è stato, da una parte, il riconoscimento generale della sua necessità
per ridurre gli sprechi nazionali ed i debiti statali e locali; dall’altra, la
tendenza, altrettanto unanime, a chiedere che riduzioni e modifiche siano a
carico di chiunque, tranne che della propria “casta”, sia essa quella dei
politici, dei magistrati, dei Presidenti delle Regioni, delle Amministrazioni, dei
professori, degli imprenditori, dei commercianti e via elencando. Un po’ come
è successo per le centrali nucleari che l’attuale Governo vuole
ricreare, sulle quali tutti dicono: sono d’accordo, purché non sia nel mio
territorio! Un andazzo che fa pendant con la sottomissione al tornaconto
elettorale che, l’anno scorso, per evitare conseguenze negative alle elezioni
amministrative, fece accantonare - a data ancora da stabilirsi – la proposta di
diminuire gli impiegati delle Istituzioni locali; o che spinge adesso
Stanti le continue modifiche, non
entro nel merito della manovra che all’inizio prevedeva, tra l’altro, tagli
alle tredicesime; adeguamento, dal 2015, delle pensioni alle aspettative di
vita; pensionamento delle impiegate pubbliche a 65 anni, come richiesto dalla
UE; riduzione di 87 milioni di euro ai patronati; contrazione degli stipendi di
politici e magistrati; privatizzazione degli enti culturali, diminuzione delle
spese scolastiche ed universitarie, eccetera. Riforme necessarie per diminuire gli sprechi nazionali, e
per ubbidire alla richiesta di austerità fatta dai partecipanti al G20
in Canada. Quell’austerità che è decisamente carente in Italia,
ove Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi rappresentano
l'esempio massimo di dissipazione, non fosse altro per le innumerevoli auto blu
delle quali ministri e parlamentari dispongono e per le faraoniche
indennità delle quali gode chi vi lavora. O finge di lavorarvi, salvo
poi acquisire un trattamento pensionistico privilegiato per avere il quale
bastano 3 anni di legislatura e che può arrivare fino a 40.000 euro al
mese! Senza contare le retribuzioni dei nostri europarlamentari, in assoluto le
più alte tra quelle dei colleghi dei 27 Paesi dell’Ue; o gli sperperi operati
da molte Amministrazioni locali. Sarà vero che, quand’anche tali indennità
fossero dimezzate, il risparmio sarebbe valutabile in cifre modeste. Ma almeno i
politici darebbero il buon esempio: è da ipocriti preoccuparsi per le
classi sociali più povere ed intanto intascare migliaia di euro!
Lo stesso dicasi per i magistrati che, pur lavorando al
rallentatore (basti pensare ai tempi lunghi dei processi), e godendo di una
notevole retribuzione (cresciuta del 10% contro l’1,5 dei loro colleghi Usa) hanno
indetto uno sciopero, non solo per protestare contro i tagli previsti dalla
manovra (riduzione da un minimo di 1.200 euro a un massimo di 2.200 all’anno),
ma anche “per scongiurare il rischio che in futuro possano
ripetersi analoghi inauditi attentati all’autonomia ed all’indipendenza
della magistratura”. Come se queste dipendessero dagli stipendi di cui godono,
che vanno, per le cariche più elevate, dagli 86.665 euro annui ai 592.774!
Certo, dicono di scioperare per difendere chi è ad inizio di carriera,
ma dimenticano che i circa 9mila magistrati italiani costano annualmente allo
Stato, quindi ai contribuenti, più di 1 miliardo di euro, 30% in
più di quanto spende
Protestano anche le Amministrazioni locali al taglio in 2 anni, previsto dalla manovra, di 8,5 miliardi per le Regioni, 4 miliardi per i Comuni; 800 milioni per le Province:
relativamente poco, se si pensa ai 170 miliardi spesi dalle Regioni, 106 dei
quali solo per la sanità; o al deficit di 140 milioni registrato a
Catania, di 500 milioni a Roma, di 10 miliardi nel Lazio, tutti prontamente ripagati
dallo Stato. Tuttavia Tremonti viene incontro, permettendo loro di decidere
dove tagliare - per esempio abolendo le sedi all’estero - ma precisando che “non possono essere
modificati saldi e soldi”. Una rigidità, la sua, dettata anche dal mancato
utilizzo, da parte delle Regioni assegnatarie, dei fondi europei. Notizia,
questa, recente ma decisamente aberrante, se si pensa che, a peccare d’inerzia,
sono soprattutto Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata; quelle che
piangono sempre miseria, alle quali tuttavia l’UE ha attribuito un finanziamento
di 23 miliardi per il periodo 2007-2013 (cui si aggiungono i 47 miliardi di
contributi statali), dei quali ne sono stati utilizzati appena 3,6. Per “cialtroneria”,
come ha detto Tremonti, riassumendo in questa parola l’accumulo di idiozie
burocratiche, isterie politiche, inefficienza e corruzione. Né consola sapere
che il nostro non è l’unico Paese a gestire male le risorse dell’Unione
Europea.
Potremmo continuare con l’elenco delle proteste e delle
polemiche, spesso avvalorate da assurdità e menzogne, ma non ne vale
Egidio Todeschini