Inadeguata la legge contro le
intercettazioni
Giusto limitarle e cercare di
ridurne la pubblicazione durante il segreto istruttorio. Però punendo i magistrati, non i
giornalisti che informano
Mentre nel Pdl incombe ancora la disputa tra i
seguaci di Berlusconi e di Fini, si riaprono le polemiche sulle riforme da fare,
in particolare sul disegno di legge, elaborato dal Ministro della Giustizia,
Alfano, che ha lo scopo di ridurre le intercettazioni telefoniche (100.000 all’anno, contro le 20.000 della Francia, le
5.500 dell’Inghilterra, le 3.700 dell’Olanda, le 2.300 della Svizzera e le
1.705 degli Usa, pari
ad una spesa annua di 280 milioni di euro); di renderle lecite solo per reati che
comportano una pena di almeno 10 anni, esclusi quelli di mafia, terrorismo e corruzione pubblica; di limitarle nel tempo (non oltre 3
mesi); di
proibirne la stampa
prima della fine delle indagini preliminari.
Com’era
prevedibile, già al suo arrivo alla Camera, un anno fa, il testo non era
piaciuto: i magistrati ritennero “assolutamente irragionevole il divieto di disporre
nuovi ascolti sulla base dei contenuti d’intercettazioni lecitamente acquisite”,
e puntarono il dito sul rischio che generi equivoci e intralcino le indagini il
limitarle a quando ci sono “evidenti indizi di colpevolezza”. Furono contrari
anche i direttori dei giornali, soprattutto i loro editori che, per il previsto
reato di “pubblicazione arbitraria”, potrebbero essere sottoposti a sanzioni
pecuniarie fino ad un massimo di 465.000 euro (con ciò che ne consegue
sul bilancio del quotidiano o del settimanale in questione); in qualche caso,
all’arresto (2 mesi; 6 per chi rivela atti coperti da segreto istruttorio).
Le nuove norme
furono comunque approvate grazie al voto di fiducia, ma criticate anche dal Capo
dello Stato secondo il quale “è, sì, opportuno intervenire in
merito, senza però esagerare”. Di conseguenza, aderendo all’invito di
Napolitano, prima di passarlo alla commissione del Senato furono apportati
alcuni emendamenti al testo: smussati i limiti imposti alla magistratura, rimaneva
però immutato il cosiddetto “bavaglio alla stampa”. Decisione derivante
anche dalla selvaggia pubblicazione delle “chiacchierate” riguardanti il Capo
della Protezione civile, Bertolaso, e, soprattutto, della telefonata del Capo
di Governo al responsabile del telegiornale di Rai1, Minzolini, al quale il Cavaliere
chiedeva se era possibile, in qualche modo, mettere la museruola ai vari
Santoro, Floris e compagnia bella. All’epoca, i giornali antiberlusconiani avevano
preso al volo l’occasione per insozzare Bertolaso e per insistere sul
“neofascismo” di Berlusconi, reo di “porre limiti alla libertà di stampa
e di opinione”, anche se ciò esponeva a pubblico ludibrio gli interessati,
prima ancora che fosse terminata l’indagine istruttoria.
In effetti, da
tempo arrivano, dalle sedi giudiziarie alle redazioni dei giornali, atti
d’ufficio ancora coperti da segreto istruttorio o avvisi di garanzia: basta ricordare
che, nel 1994, gli Italiani, compreso il diretto interessato, seppero dal
Corriere della Sera che il Capo di Governo, Berlusconi, era stato inviato a
giudizio per corruzione. Inevitabile la decisione di porre fine a tale indegnità
con una legge che sarà anche “ad personam”, come molti affermano, ma che
indubbiamente può servire ad altri politici, qualora invisi a questo o
quel magistrato. Può avere, quindi, una sua giustificazione questa “guerra
santa” (definizione di Berlusconi) contro le intercettazioni e la loro pubblicazione.
Alla quale sembrava
essersi adeguata anche l’opposizione che però aveva preteso, anche su
suggerimento di qualche magistrato, di cambiare la formula “evidenti indizi di
colpevolezza”, necessari a far scattare l'ascolto, in “gravi indizi di
reità”, sostenendo che, se un reato è stato commesso, ma non si
sa da chi, le intercettazioni servono appunto per trovare il colpevole. Da qui
il cambio di rotta (compresa quella relativa alle intercettazioni dei
parlamentari, regolate dalla legge Boato), pur restando alcuni paletti: l'indagato,
infatti, potrà essere intercettato solo sulle sue utenze e su quelle che
hanno “un rapporto oggettivamente collegabile alla (presunta) attività
criminosa”. In caso contrario, scatta l'inutilizzabilità delle
registrazioni: e l’obbligo della non pubblicazione, né letteralmente né per
stralci, degli atti giudiziari, ma soltanto riferiti “per riassunto”, con
relativa pena pecuniaria o carceraria.
Modifiche che non sono bastate a far ridurre le critiche
dell’opposizione: Di Pietro minaccia addirittura di far leggere le intercettazioni
in Parlamento, facendole così diventare automaticamente pubbliche; il Pd,
dimenticando che avrebbe voluto emanare un testo similare, quando gli
intercettati erano Prodi, Mastella o D’Alema, sostiene che “in questo modo si
limitano le indagini e si mette il bavaglio alla stampa”. Come andrà a
finire lo si saprà solo tra un paio di mesi - dissidio Fini/Berlusconi
permettendo -, l’iter parlamentare prevedendo la votazione a maggio al Senato e
a giugno di nuovo alla Camera.
E’ evidente che sia necessario un maggior controllo delle intercettazioni per
impedirne, tra l’altro, la pubblicazione di quelle che “fanno comodo”
all’opposizione, di qualunque colore essa sia, e ai magistrati che se ne servono
per incastrare i politici non graditi. Ma è vero anche che, finora, non
si è mai trovato, quindi punito, il colpevole principale, cioè chi
passa di soppiatto le informazioni alla stampa. D’accordo, sarà difficile
individuare chi, dagli uffici giudiziari, fa la spia: ma perché non punire, al
posto dei giornalisti, il magistrato titolare dell’indagine che non ha saputo,
o ha finto di non sapere, difendere il segreto d’ufficio? Domanda che meriterebbe
risposta dagli addetti ai lavori.
Egidio Todeschini