La maledizione di Katyn sulla Polonia

Tante le pagine di sangue nella storia di questo Paese. Le ultime delle quali non favoriscono un buon accordo con la Russia

 

L’incidente aereo di Smolensk, che ha causato la morte del presidente Lech Kaczynski, di sua moglie e di altre 94 autorità politiche, militari e religiose, ha brutalmente riportato alla memoria il massacro del 1940 effettuato a Katyn dai Sovietici allo scopo di eliminare la classe dirigente della Polonia. Al quale si aggiunse la deportazione in Siberia e nel Kazakhistan delle loro famiglie (bambini compresi), onde sopprimere anche la generazione successiva. In effetti, oggi come allora, il dramma che ha di nuovo colpito questo Stato lo priva della sua élite pubblica, tanto da far dire a Lech Walesa, Premio Nobel per la pace 1983, nonché fondatore del sindacato Solidarnosc, che trattasi del “secondo disastro di Katyn... al di là delle differenze che lo distinguono".

E’ storia spesso insanguinata, quella della Polonia, specialmente negli ultimi quattro secoli: alla fine della guerra dei Trent’anni (1648), subì una vera invasione da parte di Cosacchi, Svedesi, Moscoviti, Tartari e Brandeburghesi che ne misero a dura prova popolazione ed economia; in seguito, quando la Svezia la occupò, registrò la morte di quasi un terzo della sua gente. Altri lutti nel 1792, a causa di un’insurrezione sedata nel sangue dopo la spartizione del Paese fra le potenze confinanti, Russia, Austria e Prussia. Solo nel 1918, la sconfitta dei tre Paesi che la dominavano le permise di ritornare libera ma fu libertà che durò poco: il 17 settembre 1939 fu invasa dagli eserciti russi e tedeschi, grazie al patto Molotov-Ribbentrop con il quale Hitler e Stalin se ne spartirono il territorio, dando inizio al massacro di sei milioni di polacchi, sul posto o nei rispettivi campi di concentramento.

Non fu migliore il periodo successivo. Eliminati i nazisti dall’armata sovietica, la Polonia è inglobata nel regime di Mosca e diventa Repubblica Popolare ma subisce ancora eccidi, come quello del 1970 quando gli scioperi, dovuti all’aumento dei prezzi alimentari, furono duramente repressi con centinaia di morti. Dieci anni dopo, a seguito di una nuova ondata di scioperi, nasce il sindacato dei lavoratori chiamato Solidarnosc dal fondatore Walesa che nel 1988, anche grazie all’aiuto di Giovanni Paolo II, riesce a dar voce all’opposizione e a liberare il Paese dal regime comunista.

Non a caso, Sergio Romano scrive (Corriere della Sera dell’11 aprile scorso) che “vista da Varsavia, la storia del Paese, dal Seicento alla guerra fredda, è un lungo rosario di vessazioni ed ingiustizie”. Del quale il massacro di Katyn, divenuto simbolo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più funeste e dolorose. Un eccidio davanti al quale le democrazie occidentali hanno praticamente sempre taciuto o agito con discriminazione: quando la Polonia fu aggredita, nel 1939, gli Alleati dichiararono guerra solo alla Germania, ma non all'Urss. Quando questa s'impadronì del Paese, non reagirono. E, allorché gli operai di Danzica tentarono di dare vita a un nuovo movimento politico, l'aiuto venne loro solamente dal Papa polacco.

In pratica, è stato messo il silenziatore sulla strage di Katyn della quale, fino al 1990, la Repubblica Sovietica aveva negato la responsabilità e sostenuto che l’eccidio fosse stato compiuto, nel 1941, dalle truppe di Hitler. Una versione, questa, che girò più o meno incontrastata fino a quando Gorbaciov prima ed Eltsin poi ammisero le colpe russe, senza peraltro chiedere perdono ai Polacchi. Anche Putin si è sempre mostrato recalcitrante a diffondere le notizie su Katyn e non ha fatto nulla affinché il suo popolo potesse venire a conoscenza dei crimini perpetrati da Stalin. Neppure durante la cerimonia, in occasione del 70esimo anniversario della strage, alla quale ha voluto presenziare insieme al Premier polacco, Donald Tusk. Certo, era la prima volta che un Capo di Governo russo partecipava a tale funzione; ma, ancora una volta, non ha creduto di doversi scusare a nome dei suoi cittadini.

La maggior parte dei quali n’è venuta a conoscenza solo quando, dopo l’incidente aereo, la televisione locale ha in prima serata trasmesso sulle reti nazionali - su via libera di Putin? - il film “Katyn”, realizzato nel 2008 da Andrzej Wajda, figlio di uno degli ufficiali uccisi. Un film che anche in Italia è stato proiettato solo in una decina di cinema, tanto da indurre l’autore a dire che la sua opera è diffusa “quasi in maniera clandestina”. E da ispirare al giornalista Valerio Cappelli il commento apparso sul Corriere della Sera del 9 marzo 2009: “Il villaggio di Katyn è morto per la seconda volta, sepolto dall’indifferenza italiana”. O, peggio, dalla cecità preconcetta dei Marxisti-leninisti Italiani che, nel 2009, ancora sostenevano, basandosi su menzogne interpretative, che “il crimine di Katyn non fu opera di Stalin ma di Hitler”. E che Wayda nel suo film raccontasse “un sacco di balle”.

E’ ovvio, quindi, che i rapporti tra Polonia e Russia non siano ancora dei migliori. Ma a farli perdurare ulteriormente potrebbe influire il sospetto, già circolato, che la recente disgrazia sia frutto non di un errore umano ma di un complotto. Più saggio, soprattutto più idoneo a ristabilire relazioni serene tra i due Stati, ricordare e diffondere le parole con le quali Wayda presentò a Berlino il suo drammatico film: “Quello di cui parlo è un tempo ormai lontanissimo, ma che deve essere ricordato e restituito alla memoria collettiva. E' una tragedia troppo grande, perché possa essere strumentalizzata a fini politici”. Qualunque essi siano.

Egidio Todeschini