La maledizione di Katyn sulla Polonia
Tante le pagine di
sangue nella storia di questo Paese. Le ultime delle quali non favoriscono un
buon accordo con
L’incidente aereo di Smolensk, che ha causato la morte del presidente Lech
Kaczynski, di sua moglie e di altre 94 autorità politiche, militari e
religiose, ha brutalmente riportato alla memoria il massacro del 1940
effettuato a Katyn dai Sovietici allo scopo di eliminare la classe dirigente della
Polonia. Al quale si aggiunse la deportazione in Siberia e nel Kazakhistan
delle loro famiglie (bambini compresi), onde sopprimere anche la generazione
successiva. In effetti, oggi come allora, il dramma che ha di nuovo colpito
questo Stato lo priva della sua élite pubblica, tanto da far dire a Lech Walesa,
Premio Nobel per la pace 1983, nonché fondatore del sindacato Solidarnosc, che trattasi
del “secondo disastro di Katyn... al di là delle differenze che lo distinguono".
E’ storia spesso
insanguinata, quella della Polonia, specialmente negli ultimi quattro secoli: alla
fine della guerra dei Trent’anni (1648),
subì una vera invasione da parte di Cosacchi, Svedesi, Moscoviti, Tartari
e Brandeburghesi che ne misero a dura prova popolazione ed economia; in seguito,
quando
Non fu migliore il
periodo successivo. Eliminati i nazisti dall’armata sovietica, la Polonia
è inglobata nel regime di Mosca e diventa Repubblica Popolare ma subisce ancora eccidi, come quello del 1970
quando gli scioperi, dovuti all’aumento dei prezzi alimentari, furono duramente
repressi con centinaia di morti. Dieci anni dopo, a seguito di una nuova ondata
di scioperi, nasce il sindacato dei lavoratori chiamato Solidarnosc dal
fondatore Walesa che nel 1988, anche grazie all’aiuto di Giovanni Paolo II,
riesce a dar voce all’opposizione e a liberare il Paese dal regime comunista.
Non a caso, Sergio Romano scrive (Corriere della Sera dell’11 aprile scorso) che “vista da Varsavia,
la storia del Paese, dal Seicento alla guerra fredda, è un lungo rosario
di vessazioni ed ingiustizie”. Del quale il massacro di Katyn, divenuto simbolo
degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine
più funeste e dolorose. Un eccidio davanti al quale le democrazie
occidentali hanno praticamente sempre taciuto o agito con discriminazione: quando
In pratica, è
stato messo il silenziatore sulla strage di Katyn della quale, fino al 1990,
La maggior parte dei
quali n’è venuta a conoscenza solo quando, dopo l’incidente aereo, la
televisione locale ha in prima serata trasmesso sulle reti nazionali - su via
libera di Putin? - il film “Katyn”, realizzato nel 2008 da Andrzej Wajda, figlio
di uno degli ufficiali uccisi. Un film che
anche in Italia è stato proiettato solo in una decina di cinema,
tanto da indurre l’autore a dire che la sua opera è diffusa “quasi in
maniera clandestina”. E da ispirare al giornalista Valerio Cappelli il commento apparso sul Corriere della Sera del 9 marzo 2009: “Il villaggio di Katyn
è morto per la seconda volta, sepolto dall’indifferenza italiana”. O,
peggio, dalla cecità preconcetta dei Marxisti-leninisti Italiani che,
nel 2009, ancora sostenevano, basandosi su menzogne interpretative, che “il
crimine di Katyn non fu opera di Stalin ma di Hitler”. E che Wayda nel suo film
raccontasse “un sacco di balle”.
E’ ovvio, quindi,
che i rapporti tra Polonia e Russia non siano ancora dei migliori. Ma a farli
perdurare ulteriormente potrebbe influire il sospetto, già circolato,
che la recente disgrazia sia frutto non di un errore umano ma di un complotto.
Più saggio, soprattutto più idoneo a ristabilire relazioni serene
tra i due Stati, ricordare e diffondere le parole con le quali Wayda
presentò a Berlino il suo drammatico film: “Quello di cui parlo è
un tempo ormai lontanissimo, ma che deve essere ricordato e restituito alla
memoria collettiva. E' una tragedia troppo grande, perché possa essere
strumentalizzata a fini politici”. Qualunque essi siano.
Egidio Todeschini