La debolezza istituzionale non
aiuta l’Italia
Nessuna certezza che il Governo Monti duri. I
politici restano gli uni contro gli altri armati. Troppe incoerenze e
contraddizioni
Che ci sia una crisi economica, che
mette a rischio il mondo occidentale, è indiscutibile. Così come
è certo che pure l’Italia ne soffra e che - anche se alcuni fingono di
dimenticarlo - abbia avuto origine negli Stati Uniti. Qualcuno afferma che si
è propagata in Europa a causa dell’euro, moneta che nessuno difende, e
di un sistema finanziario governato dalla Banca Centrale di Francoforte che
agisce prevalentemente nell’interesse nazionale tedesco. E che, di conseguenza,
i recenti ultimatum rivolti al nostro Stato dalla stessa BCE e dall’UE siano
frutto di pressioni messe in atto da Francia e Germania. Può darsi. Però
è indubbio che i problemi della Penisola derivino soprattutto dall’enorme
debito statale cumulatosi nei decenni; dai costi della “casta”, notevolmente
superiori a quelli degli Stati europei; dall’inadeguatezza di alcune regole
nazionali, per esempio l’età pensionistica. Ma anche dalla corruzione dilagante
e dal nepotismo imperante. Ovvia, quindi, la necessità di adeguarci ai
diktat europei e di effettuare, finalmente, eque riforme. Non come
quelle nate dai tavoli della concertazione che hanno dato origine ad una notevole
serie di privilegi: impiegati pubblici che vanno in pensione prima dei privati;
licenziamenti bloccati e salari degli operai identici ovunque; favori concessi a
qualche categoria professionale; tanti sussidi accordati al Sud, che hanno
consolidato l'assistenzialismo e fatto nascere, per reazione, la Lega. E potrei continuare.
Una
cattiva politica durata decenni che Mario Monti dovrebbe finalmente migliorare,
anche per rendere più accettabili i necessari sacrifici da imporre ai
cittadini. Ma il suo Esecutivo dovrà affrontare, a dispetto della
fiducia accordatagli da tutti i partiti, Lega esclusa, una strada in salita non
facile da percorrere. Chi garantisce che non ci saranno contrasti in futuro, a
causa di divergenze di opinione, per esempio sull’Ici? Tra l’altro, si
registrano già alcune anomalie. Non ultime quelle che ora vedono i
partiti di opposizione pronti ad approvare, in quanto presentata dal nuovo Premier,
la lettera di Berlusconi all’Ue, prima ritenuta iniqua; che oggi ritengono
opportuno ridurre i parlamentari, benché, nel 2006, fecero bocciare con un
referendum la riforma costituzionale in tal senso. Quelli che, a dispetto della
conclamata coesione, non hanno programmi omogenei, dato che nelle precedenti
votazioni hanno votato in modo difforme. O che sembrano scoprire solo ora
l’entità del debito pubblico, a suo tempo da loro incrementato.
Scontato
che avesse la fiducia parlamentare il neo Governo composto da soli “tecnici” e da
17 ministri (contro i 23 di Berlusconi), dei quali 5 senza portafoglio ed 8
che, se volessero, potrebbero già chiedere la pensione di vecchiaia. Ma
l’Esecutivo, retto dal neo senatore a vita (che, in quanto tale, ora aggiunge 25mila
euro al mese alle ricche pensioni che già riceve per gli incarichi
precedentemente svolti) avrà una maggioranza compatta anche quando
chiederà di ridurre le auto di scorta, più numerose delle volanti della polizia,
comportando così un risparmio annuo di un miliardo di euro? Riuscirà
a proibire, come avviene negli Stati Uniti, che i parlamentari svolgano altri
mestieri, sottraendo tempo all’impegno istituzionale? Ad equiparare gli
stipendi dei nostri politici alla media europea? O ad uniformare i costi dei
Consigli regionali, che ora pesano 21 euro pro capite sul contribuente in Lombardia
e 353 in Sicilia? Oppure ad eliminare la gratuità, per i parlamentari,
dei viaggi in aereo, treno, traghetto e ai caselli autostradali? Ad abolire le
Province che comportano una spesa pubblica fra i 14 e i 17 miliardi di euro
l'anno? Ed anche a far calare il costo, in perenne crescita, del Parlamento e
dei Ministeri (i dipendenti di palazzo Chigi sono più di 4.600 contro i
1.337 del Ministero degli Interni inglese)? Meglio non farsi troppe illusioni,
in merito.
Anche
perché - come mi scrive un lettore - non avendo, per Costituzione, molti
poteri, “il Capo del Governo non può portare a termine le riforme”. I
Premier hanno “bisogno di un aiuto”, che invece manca, “e di una coesione, non
di gente che cambia idea dalla mattina alla sera”. O che lo ostacola, come ha
fatto Bossi che “intralcia l’alleanza con Berlusconi con quel volere difendere
a tutti i costi le pensioni di anzianità”. Delle quali godono soprattutto
“gli Italiani del Nord, pare, ma che comportano un’evasione fiscale: s’intasca
una pensione ed intanto si lavora in nero!” (tra virgolette, le opinioni del
mio lettore). Una debolezza istituzionale, la nostra, rilevata pure dal
francese François Savery, direttore Investimenti della Banca Reyl & Cie, che
toglie valore e peso agli inviti di Napolitano alla “coesione sociale e nazionale”.
L’editorialista
Antonio Polito, sul Corriere della Sera del 15 scorso, scrive che l’ampio
consenso riconosciuto a Monti “è un fatto nuovo e altamente positivo,
anche se condizionato e a tempo. È una prova di maturità del
Paese che offre una provvidenziale finestra di opportunità per fare le
cose difficili e impopolari che vanno fatte”. Altri, tra i quali Marcello
Veneziani e Giuliano Ferrara su il Giornale, ritengono che la decisione
del Capo dello Stato di proporre un nuovo Premier invece d’indire subito nuove
elezioni, come avvenuto recentemente negli Stati in cui è crollata la
maggioranza, toglie al Paese democrazia e politica. Chi ha ragione? Solo il
futuro ce lo dirà.
Egidio Todeschini
17.11.2011