I gulag non furono meglio dei lager

Giusto ricordare le vittime delle dittature. Ma perché solo quelle della Shoah? Opportuno celebrare i 90 anni del comunismo italiano?

 

A distanza di pochi giorni, si sono celebrate, in Italia, due ricorrenze storiche: una per commemorare la nascita del partito comunista italiano (21 gennaio 1921), l’altra, il cosiddetto “Giorno della Memoria”, (27 gennaio) per commemorare le “vittime del nazionalsocialismo e dell'Olocausto e di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati” (in Italia più di 400 persone insignite della onorificenza dei Giusti tra le Nazioni per il loro impegno). Ricorrenza istituita nel 2000 dal Parlamento italiano, aderendo ad una proposta internazionale di scegliere quella data. In quel giorno del 1945 l’esercito sovietico varcò i cancelli di Auschwitz, il più grande dei campi di concentramento costruiti per ordine di Hitler, liberandone i pochi superstiti: una vera “fabbrica di morte” dove persero la vita oltre un milione di ebrei, tra cui molti Italiani. Si spalancarono così “gli occhi del mondo sulla più grande tragedia dei nostri tempi”.

Che sia stata una vera calamità è indiscutibile: 6 milioni gli Ebrei morti, ai quali si devono aggiungere i 300.000 zingari, gli altrettanti disabili, mentali o fisici, e i 100.000 oppositori del regime, più gli omosessuali e i Testimoni di Geova. Uno scempio compiuto in nome di un’ariana “superiorità razziale”. Non a caso il termine “Shoah”, derivante dall’ebraico, significa “catastrofe”. Giusto, quindi, ricordarli, quei Morti, e capire come si arrivò a quella mostruosa vicenda. Nonché prendere spunto da questa ricorrenza, come ha detto Giorgio Napolitano, per evitare che “quel germe d’intolleranza si manifesti, in qualsiasi forma, anche in Paesi che si sono dati dichiarazioni di principi e Costituzioni democratiche”. Non è solo un atto di solidarietà. E’ il modo migliore per ricordare quei fatti sconvolgenti, le camere a gas, la disperazione di quella povera gente, le torture cui erano tutti sottoposti, il dolore delle mamme che si vedevano strappare i figlioletti sui quali, spesso, si eseguivano esperimenti medici, spesso fatali. Non a caso Josef Mengele era chiamato dagli internati di Auschwitz “l'angelo della morte”. Da qui l’auspicio del Presidente della Repubblica “in un futuro libero dagli spettri e dalle insidie del razzismo”. In particolare dell’antisemitismo che si registra ancora, davanti al quale - a dirlo è Silvio Berlusconi - “non si può abbassare la guardia”. Cui si aggiungono spesso forme di negazionismo che l’UE considera reato e che il Capo del Governo ritiene debbano essere combattute con “l’arma della verità e della cultura”.

Ma quella mattanza, “la più grande tragedia del ventesimo secolo” non è stata l’unica. Purtroppo si sono registrati, nel 1900, altri casi di massacri, tra i quali l’armeno e l’ellenico che portarono all'uccisione di 2,5 milioni di Cristiani da parte del governo ottomano tra il 1915 e il 1923. O quello americano di Hiroshima e Nagasaki. E, soprattutto, le stragi compiute dai comunisti, nella Cina di Mao o nell’Urss. Ha fatto bene Napolitano a citare, nel suo discorso commemorativo, le “orrende degenerazioni dell’altro totalitarismo del ’900, quello sovietico”, sul quale spesso cala il silenzio. Pochi sanno che Stalin, dapprima critico dell'antisemitismo (“è la più pericolosa sopravvivenza del cannibalismo” dichiarò nel '31), iniziò poi la caccia all'Ebreo, definito “nemico del popolo” ma anche “animale antropoide”. Una formula che giustificava il supplizio, la fucilazione e lo scatenamento di un’ondata di terrore nei confronti della popolazione ebraica (cui apparteneva l’odiato rivale Trotzky), vista come traditrice del vangelo sovietico, solo perché la maggior parte degli Ebrei militavano nelle file dei menscevichi, la fazione socialista rivale dei bolscevichi (e quindi di Stalin). Una persecuzione che mise in grande pericolo due milioni di Ebrei; che s’intensificò dopo la firma del Patto Ribbentropp-Molotov dell’agosto 1939. Ma che per fortuna non ebbe completa attuazione (solo 600.000 Ebrei furono uccisi) grazie alla morte, nel 53, di Stalin. I sopravissuti fuggirono poi Israele, non appena l'Urss di Gorbaciov, nel 1989, aprì i confini. Non poterono salvarsi, però, i 20 milioni di presunti oppositori (comunisti italiani fuggiti dal fascismo compresi), fatti fuori nei gulag, mentre l'attenzione mondiale era rivolta alle leggi antisemite della Germania nazista.

Proprio per questo sconcerta appurare che, sempre a Roma e nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia, si sia solennizzato il 90° anniversario della nascita del Partito Comunista Italiano, nato a Livorno il 21 gennaio 1921. Partito che ha coperto con le bandiere rosse i Tricolori, perché “i pro­letari non hanno patria”. Quel Pci che oggi non esiste più ma a cui dobbiamo le menzogne su Katyn e le foibe istriane ed ha sempre sostenuto l’Unione Sovietica contro l’Europa e l’Occidente. Il comunismo nel mondo ha fatto ben 100 milioni di vittime. Ma Palmiro Togliatti, che aveva conosciuto gli orrori spaventosi dello stalinismo, non li ha mai disapprovati, a volte addirittura assecondati. Come è stato possibile per i dirigenti e politici comunisti in Italia sostenere tale aberrante ideologia? C’è da chiedersi se la Penisola non abbia corso il rischio di una dittatura, qualora avessero vinto nel 1948. E se festeggiare il compleanno della nascita del comunismo non sia quantomeno inopportuno.

Egidio Todeschini 18. 2. 2011