Ma il no alle violenze rimane inascoltato

Si è svolta ad Assisi la venticinquesima Giornata di riflessione, dialogo e preghiera. L’invito alla pace e alla giustizia del Papa

 

A seguire ciò che succede nel mondo, ove i morti si moltiplicano per brutalità perverse o per fanatismi religiosi e politici, viene spontaneo pensare che la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera, svoltasi ad Assisi il 27 ottobre scorso, è stata sì opportuna ma non da tutti recepita nei suoi obiettivi umanitari. Quanto meno da chi usa la violenza, fisica o verbale, per pregiudizi, per opportunismi economici, per faziosità religiose o, semplicemente, per pura follia. Sarà solo un caso, ma a distanza di una decina di giorni dalla Giornata per la pace, registriamo la minaccia israeliana di bombardare Teheran, con conseguente e grave rischio di un nuovo conflitto mondiale. E’ sempre più feroce la guerra civile in Nigeria che, in pochi giorni, ha procurato decine di morti e centinaia di feriti. O le quotidiane ferocie in Siria. Aggiungiamoci l’attentato contro il Vescovo di Firenze, Mons. Betori, che si è salvato solo perché si è inceppata la pistola del possibile omicida ma ha mandato in ospedale, ferito gravemente, il segretario del prelato. Senza contare la barbarie su Gheddafi morto, nonché gli incendi e le distruzioni a Roma da parte degli “indignati”. O gli omicidi che si registrano quotidianamente. Interminabile, purtroppo, l’elenco di brutalità un po’ ovunque.

Violazioni del vivere civile che suggerirono a Giovanni Paolo il primo incontro, il 27 ottobre 1986 ad Assisi, ove esponenti di diverse fedi si riunirono per “pregare non più gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri”. Papa Wojtyla, convinto che la pace (all’epoca vigeva la Guerra fredda) andasse ricercata nelle religioni, sperava di attivare il dialogo in un mondo in cui la convivenza era messa a rischio da diverse tensioni, terrorismo islamico compreso. Che è uno dei tanti problemi del nostro tempo, alimentati dall’incapacità di riconoscere negli altri la dignità della persona. E che ha spinto Benedetto XVI ad incontrarsi nella terra di San Francesco con 300 personalità del mondo ebraico, musulmano, indù, buddista, scintoista e jainista. La Giornata, preceduta dal pellegrinaggio ecumenico promosso dal Centro Giovanni Paolo II di Loreto per sollecitare l’interesse all’incontro ed effettuato da giovani anglicani, cattolici ed ortodossi insieme ai loro pastori, si è svolta secondo un programma semplice ed intenso che ha visto le delegazioni partire da Roma, in treno, con il Santo Padre, e recarsi presso la Basilica di S. Maria degli Angeli per esprimersi contro le brutalità, fisiche e verbali, soprattutto contro la violenza messa in atto in “nome di Dio”. Che può chiamarsi Padre Eterno, Allah, Jahvé, Budda senza che ciò autorizzi ad uccidere. Un cammino alla ricerca della giustizia e della pace simboleggiato dal percorso verso la Basilica di San Francesco, svolto in silenzio per lasciar spazio alla preghiera e alla meditazione personale.

Il Papa per la prima volta ha invitato all’incontro anche alcuni intellettuali non credenti (tra gli altri, la scrittrice Julia Kristeva, i filosofi Remo Bodei e Guillermo Hurtado, nonché l’economista Walter Baierche) ma che s’interrogano sui grandi valori. Non a caso il Pontefice li ha definiti “Persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Contrariamente a chi scatena la violenza a causa della “l'assenza di Dio, la sua negazione che corrompe l’uomo, lo priva di misure e lo conduce alla violenza”, anche perché “l’adorazione del potere, dell'avere, del denaro, costituiscono una vera e propria contro-religione che insidia l'uomo”. Che va abbattuta, per evitare quei “nuovi e spaventosi volti della discordia”; e per eliminare il Muro che ancora divide il mondo, simbolicamente uguale a quello che, come si legge nella Bibbia, nel tempio di Gerusalemme separava il cortile degli Ebrei da quello per altre etnie.

Benedetto XVI sa che le religioni non hanno sempre favorito la concordia e la pace, benché destinate ad essere messaggere di fraternità. Riconosce che, anche la Chiesa, nei secoli passati, ha fatto ricorso alla violenza, con un “utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. Ma considerare Dio come una proprietà che autorizzi alle brutalità nei confronti degli altri significa negarLo. Con il risultato di dar vita ai campi di sterminio nazisti e agli orrori del comunismo. O di produrre, come succede oggi, terrorismo politico-religioso, ma anche quelle prevaricazioni determinate dalla “adorazione di mammona, dell’avere e del potere”. Cioè quella “contro-religione in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale”. Il che porta al decadimento dell'umanesimo e alla distruzione della pace. Di cui, invece, “ancora oggi, come 25 anni fa, il mondo ha bisogno”. Da qui l’auspicio papale a continuare “ad incontrarci, ad essere uniti in questo viaggio, nel dialogo … nel nostro impegno per un mondo in cui ogni uomo e ogni donna e ogni popolo possa vivere in sintonia con le proprie legittime aspirazioni”. Non a caso Benedetto XVI ripete le parole espresse da Giovanni Paolo II nel 1986: “Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo!”. Un invito che non sembra, purtroppo, sia stato colto da tutti. Resta il fatto che, ad Assisi, è continuata la ricucitura di quella frattura fra religione e cultura che Paolo VI, nella Ecclesiam Suam del 1964, aveva definito la vera tragedia del XX secolo, individuando nella “chiarezza, dolcezza, fiducia e prudenza” le quattro caratteristiche del dialogo tra le religioni. Assolutamente necessario per alimentare la speranza di un mondo migliore.

Egidio Todeschini
11.11.2011