Ora tutti uguali i figli davanti alla legge

Approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto legislativo che riconosce parità di diritti e di doveri ai figli naturali. Un atto di civiltà

 

 

Sono sempre tante le notizie negative che, a livello politico, sociale e climatico, arrivano quotidianamente dal nostro Paese. Alle quali ora si aggiungono il rinnovato problema immondizia della Campania ed il disastro di Pompei. Fa piacere, quindi, poterne registrare almeno una positiva, come quella relativa al Decreto legislativo che regola lo status dei figli naturali. Presentato dal sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, ed elaborato da una commissione di rappresentanti del ministero della Giustizia, dell'Interno e delle Pari opportunità, presieduta dal professor Cesare Massimo Bianca, il Ddl è stato approvato dal Governo su delega del Parlamento. Il quale può trasferire, per un anno, il potere legislativo all’Esecutivo, quando il Consiglio dei Ministri lo richiede per procedere in modo più spedito. Il testo, quindi, non è solo una proposta legislativa che rischierebbe di essere modificata durante l’approvazione nelle due Camere o addirittura di decadere, stanti le turbolenze politiche attuali. E’ già legge che, per entrare in vigore, deve solo aspettare che sia verificato, dalle competenti commissioni parlamentari, il rispetto dei criteri direttivi stabiliti dalla delega. Il che dovrebbe essere possibile entro breve tempo.

Con essa si riconosce ai figli nati fuori dal matrimonio gli stessi diritti e doveri di cui godono i “legittimi”. Una parità che poteva sembrare scontata ma che finora non era sancita. In effetti, nell’Italia monarchica, il Codice Civile - che definiva “illegittimo” il figlio nato fuori matrimonio - lo poneva in una situazione d’inferiorità giuridica, praticamente sopravvissuta nei primi anni della Repubblica, benché la Costituzione gli garantisse il diritto di essere mantenuto, istruito ed educato dai genitori. Infatti, la legge sul concubinaggio, all’epoca ancora vigente, non permetteva ad un padre di riconoscerlo, mettendo così il bambino, figlio di NN, in condizione di minorità rispetto ai suoi coetanei.

Tale norma fu parzialmente modificata a metà degli anni 50. Ma il nuovo provvedimento legislativo, che ammise il riconoscimento della paternità, non riconobbe al genitore il diritto di dare il proprio cognome. Non eliminò neppure il termine “illegittimo” che sparì solo dopo la riforma del diritto di famiglia, approvata nel 1975, con la quale si sanciva la responsabilità del padre, purché di età superiore ai 16 anni. Pur mantenendo la discriminazione di ordine patrimoniale tra figli naturali e legittimi, essa riconobbe anche all’adulterino la possibilità di vivere nella casa del genitore, però solamente dopo l’autorizzazione del giudice, concessa esclusivamente se il coniuge ed i figli legittimi con più di 16 anni si dichiaravano consenzienti. Legge che ha rappresentato comunque un passo avanti, significativo ed importante, pur non rispondendo ancora completamente al dettame costituzionale.

Ma che ha indotto ora di arrivare al Ddl, approvato il 29/10 scorso, con il quale si sancisce una maggiore equità del sistema familiare, in quanto la nuova norma, come si specifica nella nota emanata dal Governo, “antepone il valore e la centralità della persona umana ad ingiustificate differenze sullo stato di figlio, in attuazione dei principi sanciti dalla Costituzione e degli indirizzi fissati da Trattati internazionali”. Elimina, infatti, ogni discriminazione patrimoniale tra figli naturali, che potranno così anche ereditare, e legittimi, benché riconosca ancora il diritto di rifiutare di convivere con il figlio extraconiugale dello sposo o della sposa. Figlio al quale sono riconosciuti tutti i diritti spettanti ai discendenti legittimi ed imposto il dovere di rispettare i familiari e di contribuire, “in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”. In compenso, la norma obbliga genitori e nonni a prendere in considerazione pareri e desideri riguardanti le scelte importanti concernenti il futuro. E’ stato eliminato, invece, il riferimento al diritto di essere amati, in quanto l’amore è sentimento che non si può imporre per legge. Benché il non voler bene alla propria prole sia comprensibile solo se essa è frutto di stupro. 

Un decreto legislativo, definito “svolta epocale” dallo stesso Giovanardi, che, finalmente, elimina l’evidente ingiustizia nei confronti di chi, per decenni, è stato obbligato a portare il peso di una condizione che non aveva scelto. E che, sancendo l’equiparazione dei figli, legittimi e non, cancella, a detta del Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, una “odiosa e anacronistica discriminazione”. Il Ddl, sia pure con notevole ritardo, traduce, quindi, in realtà il precetto auspicato dai Membri che stilarono la Costituzione ed inserito nell’articolo 30. Gli ignobili termini di “illegittimo” o “naturale” sono infatti aboliti e sostituiti con quelli di “figli nati nel matrimonio” e di “figli nati fuori dal matrimonio”, decisamente meno offensivi in tempi, come questi in cui viviamo, che accettano le coppie di fatto. Ora c’è solo da aspettare che entri in funzione.

Il Ministro Carfagna ritiene che, con tale cambiamento sostanziale e lessicale, “non si parlerà più di fratelli e fratellastri, di figli e figliastri, come nelle favole”. Il che è già un notevole successo. Cui c’è da augurarsi si aggiunga anche quello, mai citato ma forse implicito, di contribuire a ridurre gli aborti. Almeno di chi vi ricorre per non mettere al mondo un “figlio di nessuno”.

Egidio Todeschini

  

   12.11.2010