Parte dalla Francia la polemica sui Rom

Sarkozy espelle centinaia di nomadi in apparente contrasto con le disposizioni dell’Ue. E la disputa rimbalza in Italia

 

 

La decisione del Capo di Stato francese, approvata dal nostro Ministro degli Interni, Maroni, di mandar via qualche centinaio di zingari di etnia rumena e bulgara ha dato inevitabilmente l’avvio a critiche dettate, in buona o cattiva fede, da spirito di solidarietà, da pregiudizi ideologici, ma anche da inesatta interpretazione della direttiva N° 38 dell’Unione Europea. Che stabilisce sì il diritto di insediamento e di movimento nei Paesi membri dei cittadini comunitari, rom compresi; ma limitandolo a “lavoratori autonomi o subordinati” che dispongano di “risorse economiche sufficienti per non diventare un onere” a carico dello Stato in cui vive. Una libertà di circolazione che, sempre secondo il testo Ue, può tuttavia essere limitata “per motivi di ordine pubblico, di sicurezza e sanità pubblica”. Inoltre, il Trattato di Schengen prevede che gli Stati già comunitari possono, fino al 2013, adottare “misure transitorie per limitare l’ingresso di lavoratori” provenienti da Romania e Bulgaria.       

Ciò nonostante, la decisione di Sarcozy, approvata dal 79% dei Francesi, di espellere i rom non in regola con i permessi e che vivono nei campi nomadi è stata criticata, benché si riferisca non ai 400 mila presenti oggi in Francia, ma solo ai 17 mila irregolari che vivono nelle bidonville o in quei campi illegali che la Presidenza francese vuole dimezzare, prevedendo comunque un accurato e preventivo controllo fiscale ed il rilascio di un bonus di 300 euro. Procedura che non è certo una novità. Anche l’Italia usa da anni la tecnica dei rimpatri assistiti e volontari. Nel 2007, proprio con i rom, usò questa strada pure il sindaco di Roma, che non era Jean-Marie Le Pen ma Walter Veltroni. E figuriamoci se allora qualche professionista dell’antirazzismo si sognò di gridare allo scandalo”. Ad esprimersi così, in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera, è Maroni che auspica inoltre “la possibilità di espellere tutti i cittadini comunitari” se violano la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro.

Auspicio al quale, a suo tempo, il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no, l’unica sanzione possibile per un comunitario essendo l’invito ad andarsene. Che spesso risulta non accettato. Senza contare che se, in una città, il numero di nomadi supera un certo livello, è difficile che questi non ricorrano ad attività illegali. Per sopravvivere, certo, ma anche, spesso, per tradizione culturale. Per questo il Ministro Maroni pensa di proporla di nuovo il 6 settembre a Parigi durante l’incontro con i ministri dell’Interno dei Paesi europei, pur ammettendo che l’unico motivo valido deve essere quello dell'illegalità, non dell’etnia in quanto discriminante.

Immediate e scontate le critiche da parte dell’opposizione, della Chiesa e dell’Ue, sia pure con toni meno duri rispetto a quelli usati contro l’Italia in seguito all’approvazione della legge Bossi-Fini. Forse per quel pregiudizio grazie al quale, se una cosa la fa Zapatero va bene - non dimentichiamo che nel 2009 fece approvare una legge simile alla nostra, ma non ci fu nessuna levata di scudi -; se la fa Sarkozy si critica senza offendere; se la fa un ministro leghista del governo Berlusconi lo si accusa di razzismo e di violazione dei diritti umani. Sta di fatto che la nuova battaglia di Sarkozy, secondo l'opposizione francese ma non solo, sarebbe stata lanciata esclusivamente per sviare l'attenzione dai recenti scandali politici e dalla crisi economica; non a caso il quotidiano locale, Libération, la definisceRepressione”, mentre Le Monde parla di “generalizzazione che libera fantasmi e pregiudizi e fa riapparire l'immagine degli zingari che rapiscono bambini e rubano”: un’immagine, purtroppo, fondata, almeno a stare alle cronache quotidiane.

Dettato, invece, da spirito di solidarietà ed assistenza, il rimprovero, a Maroni e al Presidente della Francia, espresso da Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, secondo il quale “l’espulsione ha generato solo nuovi campi abusivi, abbandono della popolazione rom e l’annullamento della politica sociale fatta per la scolarizzazione dei bambini”. Disapprovazione condivisibile in linea di massima ma che, come rileva sul Corriere della Sera Angelo Panebianco, mette in luce la tendenza degli esponenti del Vaticano a parlare sempre di diritti, mai di doveri degli immigrati; e di non tener conto dei problemi di sicurezza dei quali sono gli Stati a doversi occupare. 

Convincono poco anche le reazioni dell’Unione Europea di fronte ad una pratica già adottata da diversi Stati, Germania compresa. E comunque meno incivile di quella vigente in altri Paesi comunitari: in Ungheria i Rom sono bruciati nei loro insediamenti; su Internet si legge anche che in Slovacchia i figli dei nomadi sono costretti a iscriversi nelle classi per bambini con problemi mentali. Una segregazione che esiste anche in Croazia. Prassi spesso dettata dal prosperare della violenza e della criminalità delle comunità di zingari; dal fatto che la direttiva Ue non è per ora attuabile in quanto non stabilisce il reddito minimo al di sotto del quale gli stranieri possono essere espulsi; soprattutto perché, come sottolinea il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, “non si assume la responsabilità di concordare tra tutti i membri una politica organica”. Infatti non ha emanato una norma comunitaria in merito, lasciando ai singoli Governi il compito di affrontare l’emergenza sicurezza. Che purtroppo esiste.

Egidio Todeschini

26.8.2010