Più moralità per vincere la crisi economica

Ancora troppo consumismo e corruzione nelle nostre società. Non bastano le strategie politiche se manca il senso dell’altruismo

  

 

Da tempo si parla di crisi, di disoccupazione in crescita, di medie e piccole imprese in difficoltà o in fallimento, di famiglie alla fame, di Paesi in bancarotta, come la Grecia, o notevolmente a rischio, come Spagna e Portogallo. Una recessione dovuta ad inefficienza governativa, consumismo, ingordigia speculativa delle banche, corruzione ed eccessiva spesa pubblica. Certo, fa piacere notare che l’Italia non è la sola Nazione a registrare un enorme debito statale, incrementato anche dai privilegi economici riconosciuti ai personaggi delle Istituzioni, Rai compresa, dalla notevole evasione fiscale e dalla tendenza alla disonestà. Ma è consolazione che crolla appurando che, anche nella Penisola, migliaia di persone sono state licenziate o messe in cassa integrazione (previsto un milione di disoccupati in più nel 2010); che calano le entrate fiscali mentre il debito pubblico cresce sensibilmente, avvicinandosi al 120%; che la produzione industriale è scesa del 20% ed altrettanto le esportazioni. Una situazione che alimenta le accuse dell’opposizione che non perde occasione per accusare il Governo di non affrontare in modo adeguato le crisi aziendali e di non mettere in atto correttivi validi.

Se la Melandri (Pd) afferma: “manca una strategia anticrisi da parte del Governo”, altri sostengono che si è destinato solo lo 0,8% del Prodotto Interno Lordo (Pil) per fronteggiare la situazione, contro il 3% di molti Paesi europei; e ciò “grazie a spostamenti di voci di bilancio e ai tagli del Fondo Aree Sottoutilizzate; che “si stanziano i soldi per la social card, ma si tagliano quelli per i disabili e gli anziani; oppure si danno i soldi per il Ponte sullo Stretto tagliando gli interventi nel Mezzogiorno”; o che “nel 2010 finirà il periodo di cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori e che migliaia di piccole e medie imprese rischiano di chiudere”. Da qui l’invito di Epifani (Cgil) all’Esecutivo perché compia “un atto di responsabilità e saggezza”. Suggerimento che sembrerebbe lecito e giusto, se non fosse accompagnato da alcune proposte dell’opposizione tutt’altro che sensate: elevare le tasse dei redditi superiori ai 120.000 euro l’anno, per creare le risorse per un fondo di solidarietà per le fasce più deboli, come suggerisce Bersani, può comportare l’incremento dell’evasione fiscale. Non sarebbe più saggio e responsabile consigliare di ridurre gli stipendi ed i benefici dei quali godono le tante caste nazionali?

Tremonti e Berlusconi ribattono che l'Italia ha affrontato la crisi meglio di altri Paesi, prevedendo un bonus per i pensionati e per i figli a carico, in aggiunta alla già programmata carta prepagata per gli acquisti (da 120 a 200 euro mensili alle famiglie con reddito di 6.000 euro annui per componente familiare); che s’ipotizzano interventi legislativi sui mutui “per arrivare ad una rata fissa”, ed un ulteriore incremento degli aiuti sociali; e che si sono sostenuti i settori industriali più colpiti. Il tutto, però, tenendo conto della necessità di ridurre “di 80-100 miliardi il debito pubblico”. In effetti gli economisti affermano che il sistema finanziario italiano è solido, a dispetto del calo del Pil. La Commissione europea riconosce che “il basso indebitamento del settore privato … finora ha messo al riparo l’Italia dall’impatto della crisi finanziaria”; e, ritenendo necessari gli interventi proposti, ha dato il via libera alle misure anticrisi del Governo, a patto di riportare entro il 2011 il rapporto deficit/PIL sotto il 3%, tra l’altro riducendo la spesa pensionistica, tra le più alte in Europa, equiparando l’età della pensione, in particolare per le donne, a quella dei Paesi dell’UE. Pure l’OCSE ha dichiarato che “l'Italia e' meglio preparata per affrontare le sfide; che sono stati compiuti numerosi progressi…ma che deve e può fare meglio”.

A stare alle cronache, non sembra infatti che gli Italiani siano così mal mes-si: ad ogni festività, le strade s’intasano di 30 milioni di vetture; alcuni acquisti, per esempio di costosi cellulari, aumentano; non cala l’abuso di alcool e droghe; né l’impiego, spesso in nero, degli immigrati solo perché i nostri giovani si rifiutano di svolgere determinati lavori; tanto meno le infinite “consulenze d’oro” a spese dei contribuenti. Uno sperpero di denaro che contrasta con la dottrina sociale della Chiesa che invita “al dialogo, alla collaborazione, alla carità che ama”. Che si domanda perché “tanti fratelli bisognosi attendono aiuto, tanti oppressi attendono giustizia, tanti disoccupati attendono lavoro, tanti popoli attendono rispetto”. Che invita a “salvare la persona”, compresi i forestieri, e “ad edificare la società umana”, come suggerito da Cristo.

Società che “riguarda l'uomo”, la sua dignità, il suo diritto “alla vita in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; a maturare la propria intelligenza…a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari…; ad acquisire “i beni necessari - materiali, culturali, morali, spirituali - per condurre una vita veramente umana”. Il rispetto di questi diritti compete allo Stato e a tutti i cittadini ed esige di non essere “subordinati ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare”. Perché “una società, in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale”. Seguire tale dottrina, riducendo consumismi e depravazioni varie, aiuta a superare la crisi economica che imperversa.

Egidio Todeschini