In attesa della legge contro la corruzione

Ammesso che basti a sanare l’Italia dal degrado morale di alcuni ceti sociali. A danno della maggioranza di cittadini onesti e lavoratori

 

 

La corruzione continua a far parlare: ogni giorno si viene a conoscenza di arresti, indagini e avvisi di garanzia che raggiungono parlamentari, magistrati, presidenti di Regione ed imprenditori. Tanto da spingere Sergio Romano ad iniziare il suo editoriale, apparso sul Corriere della Sera il 28 febbraio scorso, con queste parole: “

Alla fine di una delle peggiori settimane della storia nazionale molti Italiani e moltissimi stranieri pensano probabilmente che l’Italia sia un malato terminale. La principale funzione delle sue industrie sarebbe quella di riciclare denaro sporco. La Protezione civile servirebbe ad arricchire costruttori cinici e spregiudicati. I suoi senatori sarebbero schiavi della malavita. E i magistrati, secondo il presidente del Consiglio, sarebbero «talebani»”. L’articolista non cita l’evasione fiscale che ha superato i 2 miliardi di euro e non fa nomi, benché sia evidente il riferimento al Capo della Protezione civile e al sen. Di Girolamo, eletto, pare slealmente, all’estero con “voti della ‘ndrangheta”.         

In effetti, a seguire i fatti nazionali riportati dalle cronache, che vedono coinvolti anche i togati (Toro, per es.), si rimane depressi e sgomenti. Tuttavia, scandalizza di più il metodo, giornalistico e televisivo, con cui si dà notizia dei tanti reati compiuti. Un'informazione che trascura gli indubbi episodi nazionali di umanità, di dignità, di perbenismo; che denuncia l’ammontare della frode tributaria, senza però rilevare che spesso è dettata da necessità, il fisco togliendo ai cittadini il 43,9% dei redditi; che sbircia dal buco della serratura negli affari privati della gente; che inventa cose che non esistono; o anticipa le condanne, basandosi su spezzoni di frasi intercettate. Anche a costo di coprire di fango una persona, Bertolaso - al quale l’Italia deve molto -, fino a spingere un lettore del Corsera a commentare: “Stai tranquillo, Bertolà! Tanto Berlusconi ti nomina ministro e resterai impunito”.

Ne risulta il ritratto di un popolo corrotto, cinico e perverso; di un Paese che non sa rinunciare ad un certo modo immorale di lucrare; che ha un tasso di corruzione che non solo divora 50 miliardi l'anno (stima della Banca mondiale) ma si espande, le denunce nel 2009 essendo aumentate del 229% rispetto al 2008, (dati forniti, all'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti, dal procuratore generale, Mario Ristuccia).

Inevitabile la deduzione: in Italia i galantuomini sono l’eccezione. Giudizio che Sergio Romano, nell’articolo citato, contesta: “Non ha torto chi pensa che dietro questo ritratto dell’Italia vi sia un altro Paese” di lavoratori e di onesti. E giustamente domanda: “Potremmo cominciare a parlare anche del Paese che funziona e dei modi per renderlo migliore?”. Basterebbe infatti rapportare al totale della popolazione italiana (senza contare il 7% di stranieri) il numero, sia pure elevato, di corrotti per concludere che non rappresentano la totalità. Manca forse una reazione popolare, per indifferenza o per assuefazione, tanto da suggerire ad Ernesto Galli della Loggia (sempre sul Corsera) la convinzione che “occorre cambiare la testa agli Italiani”.

Ma non può migliorare, il popolo, se è spinto a giudicare in base a verdetti sparati sui media prima del regolare processo; se legge notizie dettate da pregiudizio, da maldicenza, o stralci incomprensibili d’intercettazioni, benché secretate, dalle quali emergono comportamenti illeciti e sessuali degli indagati; se vengono a conoscenza di sentenze che spesso aggirano le norme esistenti; di assoluzioni - o condanne - che arrivano dopo decenni. Soprattutto se è infarcito di bugie: non a caso, le figlie di Bertolaso hanno rilevato che manca, da noi, un’adeguata pena per chi strombazza menzogne. Come quella sparata dal Corriere della Sera, secondo il quale Bertolaso avrebbe fatto carriera solo perché “nipote del Card. Ruini”, ma non pubblica la smentita dello stesso Cardinale.

Ben venga, quindi, il provvedimento contro la corruzione, testé approvato dal Consiglio dei Ministri, il solo che può far rialzare il livello morale del Paese, purché riesca a diventare presto norma operativa. E a patto che non lo si cambi troppo, benché definito da fonti governative “bozza modificabile”. Esso prevede l’inasprimento delle pene per i reati contro la Pubblica Amministrazione, fino ad un massimo di 6 anni; la non candidatura a cariche nazionali o locali dei Presidenti di Regione rei di atti “contrari alla Costituzione”; l’ineleggibilità al Parlamento, per 5 anni, di chi è condannato con sentenza definitiva per corruzione, concussione o peculato; e un “Piano nazionale anticorruzione” con il compito di controllare la gestione di appalti e concorsi, non tanto per ridurre gli illeciti, quanto per prevenirli.    

Il testo pare discreto in linea generale, ma non è detto che serva davvero a risolvere il problema. Anche perché, con i tempi lunghissimi dei processi, l’indagato potrà intanto candidarsi. E, magari, se eletto, continuare a delinquere. Ne ritroviamo, infatti, qualcuno nelle liste elettorali delle prossime Regionali, in particolare della Campania dove, per il centrosinistra, punta al ruolo di Governatore l’ex sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, rinviato a giudizio per “concussione, truffa ed abuso di ufficio”; in “Alleanza di Popolo” (collegata al centrodestra) si presenta Roberto Conte, già condannato in primo grado per associazione camorristica; nella lista del Pdl spicca il consigliere regionale uscente, Pietro Diodato, coinvolto in un’inchiesta per truffa nei rimborsi spese della Regione. Nella quale è indagato un altro candidato del Pd, Giuseppe Russo. Certo, tutti “innocenti” fino a sentenza definitiva. Ma chi ce lo assicura?        

  Egidio Todeschini
5.3.2010