Il caso Cesare Battisti offende l’Italia

Indignano le ragioni apportate da Lula per negarne il rimpatrio.  Ma anche chi le approva ritenendo quell’assassino vittima di persecuzione politica

 

Quando si dice i casi della vita!  Ha un nome storico, l’omicida Cesare Battisti che l’ex Presidente del Brasile, Luiz Ignacio Lula de Silva, si è rifiutato di mandare in Italia a scontare la condanna sancitagli dai nostri tribunali. Lo stesso nome di un eroe nazionale del quale probabilmente molti non hanno più memoria e che, invece, va ricordato, specialmente nell’anno in cui si festeggia l’Unità d’Italia: quel Cesare Battisti, nato a Trento il 4 febbraio 1875 quando il Trentino-Alto Adige faceva ancora parte, insieme al Friuli-Venezia Giulia, dell'Impero austro-ungarico. Uomo di cultura notevole, laureato a Firenze in lettere e geografia, si occupa di problemi sociali e politici e, da socialista, cerca di migliorare le condizioni di vita degli operai, nonché dell'Università italiana di Trieste. Desiderando combattere in sede politica per la causa trentina, nel 1911 si fa eleggere al Parlamento di Vienna. Tre anni dopo, allo scoppio della Grande Guerra, torna in Italia dove, tramite comizi ed articoli, si esprime a favore del nostro intervento contro l’Austria. Nel 1915, “perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell'indipendenza delle province italiane dell'Austria e nella loro unione al Regno d'Italia” (parole sue), si arruola volontario nel Battaglione Alpini. Catturato dagli Austriaci, e processato per tradimento, è condannato a morte per impiccagione. Sorte che affrontò gridando in faccia ai carnefici: Viva Trento italiana! Viva l'Italia!

 Un eroe ed un amante dell’Italia, quindi. Non un criminale come il suo attuale omonimo che, ancora minorenne, fu arrestato nel 1972 per una rapina, poi ancora nel 1974 per un altro ladrocinio con sequestro di persona e di nuovo nel 1977, per un terzo esproprio proletario (a definirli così fu lui stesso in una lettera indirizzata ai giudici della Corte suprema del Brasile). Rinchiuso nel carcere di Udine, entrò in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo, che lo accolse nell'organizzazione. In nome della quale si rese colpevole di omicidi di commercianti (Lino Sabbadin, macellaio di Mestre, e Pierluigi Torregiani, gioielliere, il cui figlio Alberto vive da allora su una sedia a rotelle) e di appartenenti alle Forze dell'Ordine (Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria, ed Andrea Campagna, agente della DIGOS).

Incarcerato nel 1979, due anni dopo riuscì ad evadere e a fuggire in Francia, dove prima visse da clandestino a Parigi, poi si trasferì in Messico. Durante tale soggiorno messicano fu condannato, in contumacia, all'ergastolo perché giudicato responsabile dei quattro delitti e di varie rapine. Ritornato nella capitale francese, ove visse traducendo in italiano racconti di autori francesi e scrivendo romanzi, frequentò la comunità di latitanti italiani, che ivi viveva grazie alla dottrina Mitterrand. Arrestato nel 1991 a seguito di una richiesta di estradi-zione del governo italiano, fu dichiarato non estradabile dalla Chambre d'accusation di Parigi e scarcerato. Dopo la seconda richiesta di estradizione, presentata nel 2004 dalla magistratura italiana e concessa dalle autorità francesi, Battisti lasciò di nuovo la Francia. Rifugiatosi da clandestino in Brasile, venne arrestato nel 2007, a seguito di indagini congiunte di agenti francesi e carabinieri italiani. Ancora in galera in quanto il Tribunale Supremo Federale ne ha di nuovo bloccato la scarcerazione, gode tuttavia dello stato di rifugiato politico, riconosciutogli nel  2009 e reiterato, nel dicembre scorso, da Lula, in contrasto con la decisione del CONARE (l'organismo brasiliano che esamina le richieste di asilo politico), motivando la decisione, sostenuta anche dal ministro della giustizia Tarso Genro, sul “fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche; sulla convinzione che l’Italia sia “governata dalla mafia e dal fascismo” e sull’impossibile sopravvivenza di Battisti “nelle carceri italiane”, come se quelle brasiliane, al confronto, siano palazzi reali.

Decisione politica ed affermazioni offensive che valgono come uno schiaffo all’Italia affibbiato per motivi puramente ideologici. Al quale il Capo dello Stato ed il Governo italiano, con l’approvazione di alcuni esponenti del centro-sinistra,  hanno opportunamente reagito: Napolitano inviando una lettera per esprimere stupore e rammarico; il Ministro degli Esteri, Frattini, dichiarandosi pronto a “ricorrere alla corte dell'Aja”.

Non sono mancati, però, neppure gli applausi da parte di molti opinionisti ed intellettuali, italiani e francesi, i quali, spinti ancora dall’ideologia comunista, hanno approvato la decisione brasiliana sostenendo, a difesa di Battisti, che la Magistratura non gli aveva dato modo di difendersi (per forza, se era scappato!). E, soprattutto, che la condanna gli era stata inflitta per effetto delle testimonianze dei pentiti Mutti e Giacomin che ottennero così uno sconto di pena. Sostengono che processi e sentenze erano ingiuste e quindi inspiegabile l’accanimento con cui il Governo, con il sostegno anche di nomi illustri dell’opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti.

Fin qui la cronistoria fino a pochi giorni fa. La sciagura climatica recentemente abbattutasi sul Brasile, le rivoluzioni in Tunisia ed il nuovo avviso di garanzia a Berlusconi hanno fatto cadere, per il momento, il silenzio mediatico sul braccio di ferro tra il nostro Paese e le autorità di quel Paese. In attesa di sapere se, quando e come andrà a finire, possiamo solo indignarci. E consolarci, riandando con il pensiero al Battisti patriota che amava l’Italia e a quell’altro, Lucio, che con le sue canzoni ha segnato più di una generazione di italiani.     

Egidio Todeschini

19.1.2011

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