Accuse gravi ancora tutte da provare

Dopo lo scandalo dei preti pedofili e le accuse al Papa di correità, arrivano ora quelle di corruzione e di violenze su drogati. Continua l’attacco alla Chiesa

 

 

Sconforta appurare che l’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, dal 2001 al 2006 a capo di Propaganda Fide, sia indagato dalla Procura di Perugia per “corruzione aggravata”, insieme a Pietro Lunardi, nello stesso periodo Ministro delle Infrastrutture; e che l’ormai ottantacinquenne don Pierino Gelmini, incriminato di molestie da alcuni ospiti della Comunità Incontro di Amelia da lui fondata nel 1963 (oggi conta in Italia 164 sedi e 74 nel resto del mondo), dovrà affrontare il processo che inizierà (solo!) il 29 marzo 2011. Accuse gravi che si aggiungono alle denunce, altrettanto recenti, di pedofilia nei confronti di diversi prelati; o alle critiche rivolte a Benedetto XVI, presunto autore di “lettere conniventi” (parole degli inquisitori), risultate invece inesistenti; o ripreso in una fotografia, rivelatasi poi manipolata, in cui il giovane Ratzinger, compiaciuto e convinto, fa il saluto nazista.

Perdura il continuo buttar fango sugli ecclesiastici. Un attacco che puzza di laicismo anticlericale; che tende sempre a generalizzare, come se tutto il clero fosse depravato e vizioso; che trascura il fatto che anche i sacerdoti sono uomini, quindi soggetti alle debolezze della natura umana; che spinge a pensare che la Chiesa, forte del suo potere politico ed economico, venga meno al dovere di testimoniare e diffondere l’amore per il prossimo.

Tra l’altro, alcuni precedenti fanno pensare ad errori degli inquirenti, a volte dovuti ad anticlericalismo, quindi a pregiudizio. Anche il Card. Michele Giordano, predecessore del Card. Sepe a Napoli, tra il 1998 ed il 2000 fu accusato di usura dalla Procura di Lagonegro (Potenza) che fece perquisire la Curia ed attivò intercettazioni telefoniche sulla sua utenza. Al termine del processo con rito abbreviato fu però assolto “per non aver commesso il fatto”. Sarà solo un caso, ma titolare dell'inchiesta a suo carico fu, tra gli altri, il Pm Manuela Comodi, che ora, nella Procura di Perugia, indaga su Sepe.

Pure don Gelmini può rincuorarsi pensando a Vincenzo Muccioli. Che non era un prete ma, da uomo ispirato ai principi cristiani del rispetto della vita, della famiglia e della dignità della persona, costituì la Fondazione San Patrignano, la più grande comunità europea di terapia dei tossicodipendenti e degli emarginati. Tuttavia dovette difendersi in due processi, nel 1984 dalla accusa di sequestro di persona e maltrattamenti e nel 1994 da quella di omicidio colposo, conclusisi entrambi con l’assoluzione. Nel 1997, due anni dopo la sua morte, la comunità fu riconosciuta dalle Nazioni Unite quale Organizzazione non Governativa e, dallo Stato italiano, come Ente Morale per aver garantito a migliaia di giovani un completo e gratuito servizio riabilitativo, formazione professionale e ripresa degli studi comprese. Inoltre, molti Comuni, tra i quali Milano, Verona, Pescara, San Remo e Bologna, gli hanno dedicato una piazza o una via. Onori tardivi che non hanno potuto alleviare la sofferenza morale di Muccioli e della sua famiglia. La stessa che sconvolge ora il Card. Sepe e l’ex don Gelmini sui quali pendono accuse gravi ancora tutte da provare ma che mal si conciliano con la serenità che essi dimostrano, sia pure sotto il peso di una croce inattesa e gravosa, nonché con la stima e l’affetto loro dimostrati da chi li conosce e ne ha apprezzato la dedizione ed il lavoro.

Non intendo entrare nel merito delle imputazioni loro rivolte che tuttavia sembrano assurde, a giudicare da quanto affermato dai due incriminati e confermato da testimoni. Sarà anche vero che, mentre era a capo di Propaganda Fide, il cardinale abbia ceduto a Lunardi, per 2,8 milioni di euro (somma immediatamente trasferita all'Amministrazione patrimonio sede apostolica, per essere destinata alla attività missionaria nel mondo), l’immobile in via dei Prefetti, che aveva un valore ben superiore, ottenendo in cambio - secondo gli inquirenti - il decreto ministeriale che diede il via libera ad un finanziamento di 2,5 milioni di euro per il restauro della sede di Propaganda Fide di piazza di Spagna; ma è anche certo che lo stabile fosse in cattive condizioni, quindi da ristrutturare. Avrà pure affittato la casa di via Giulia a Guido Bertolaso che però non avrebbe mai pagato, perché era l’imprenditore Anemone a versare il canone. Ma il cardinale poteva non saperlo, dato che i bilanci erano sempre approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato. Non a caso il Vaticano ha reagito all’avviso di garanzia con espressioni di stima nei confronti di chi “ha lavorato e lavora per la Chiesa e per il popolo che gli è affidato… e ha diritto ad essere rispettato e stimato” (parole di padre Federico Lombardi).

Improbabili anche le incriminazioni rivolte a don Gelmini, che la Procura di Perugia aveva a suo tempo archiviate grazie alla testimonianza di migliaia di giovani salvati dall’incubo degli allucinogeni. L’unica fonte d’imputazione è costituita dalle dichiarazioni, spesso contraddittorie, di ex drogati alcuni dei quali hanno chiesto denaro in cambio del ritiro di “accuse false”. Un vero ricatto che gioca a favore di don Pierino e che la dice lunga, se non su un complotto, quanto meno sulla voglia di guadagnarci. Senza contare che è impensabile che un uomo già avanti con l’età possa prevalere su giovanotti robusti e spesso violenti. Ora c’è solo da augurarsi che la verità venga fuori. E, soprattutto, che finisca il vergognoso attacco mediatico e giudiziario alla Chiesa.

Egidio Todeschini