Ancora sotto
processo l’Unità d’Italia
Comprensibili le critiche dell’epoca. Assurde invece
quelle attuali che sminuiscono il già scarso senso civico nazionale
L’anno prossimo si celebreranno i 150
anni dell’Unità d’Italia. Indipendentemente dalle polemiche sul come e
dove festeggiare, stupisce notare che, a distanza di un secolo e mezzo, ci
siano ancora pareri discordi sul Risorgimento: sulle colpe dei Savoia, sulla
situazione economica e sociale del Sud sotto i Borboni, sulle stragi dei “Briganti”
ribelli, sulla utilità o meno dell’unificazione della Penisola. Se si
può capire che, all’epoca, la proclamazione del Regno d’Italia potesse
non convincere tutti, sorprende constatare che quel periodo storico sia tuttora
“sotto processo…Decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e libercoli,
che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi) stanno cambiando
l'immagine di quel nodo di eventi” (da un editoriale di Ernesto Galli della
Loggia su Corriere della Sera).
Fatti che, all’epoca, non piacquero a
tutti. Uno dei primi a biasimare fu il napoletano Giacinto De’ Sivo
(1814-1867), letterato e storico controrivoluzionario, convinto che “le nazioni
civili che mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano saran
stupefatte al mirar la rea lotta che, specialmente nel reame delle Sicilie,
procede cruenta ed atrocissima fra Italiani ed Italiani. Versa torrenti di
sangue in cotesta guerra fratricida e nefanda. L’Italia combatte l’Italia. Dopo
tanti sterminati vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d’avidità
da pirati, di barbarie esecrande, di cinismo e d’ateismo vestiti di stucchevoli
ipocrisie”.
Non fu il solo. E, ad alimentare le
insofferenze, contribuì la cessione savoiarda di Nizza e Savoia (1860)
alla Francia che spinse lo stesso De’ Sivo a commentare: “I
liberali avevano sempre strombazzato che i popoli non sono merce… ed ecco
Vittorio Emanuele liberalesco, firmanti il Cavour e il Farini liberaloni, far
pubblico contratto di popoli”. Non fu da meno Paolo Mencacci (1828-1897) che
scrisse: “Da Italiano, arrossisco che l’Unità d’Italia sia il frutto di
tanti delitti. Uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia
delle nazioni è il vedere Reami prosperosi e tranquilli, con secoli di
politica e monarchica autonomia, divenire preda miseranda di un minore Stato e
di un partito malvagio”. O il piemontese Clemente Solaro della Margarita (1792-1869)
che, pur essendo Ministro degli Interni all’epoca di Carlo Alberto, rimase fino
alla morte convinto che il Regno di Sardegna avesse imboccato la strada
sbagliata. Ed anche il milanese Giuseppe Ferrari (1811-1876), filosofo e politico, che, recatosi in Campania per accertarsi degli eccidi operati dalle truppe piemontesi, diede notizia di
città bombardate e di cittadini uccisi o rinchiusi in carceri simili a
lager, retti da carcerieri delinquenti. Una relazione che l’obbligò
all’esilio.
Se sono comprensibili tali reazioni
negative che, però, in genere contestavano i metodi e non
l’opportunità dell’unificazione del Paese, lo sono molto meno quelle
odierne. Piaccia o non piaccia, in quel periodo nacque l’Italia, per secoli
divisa, invasa e governata da stranieri, ma dotata già di una tale identità
culturale e linguistica da motivare il termine Risorgimento che invece, come spiegò lo scrittore e politico
Giovanni Spadolini, “mal si addice ad uno Stato mai esistito”. Nel quale,
tuttavia, tutte le Regioni (
Non si può, per pura ideologia, giustificare
gli eccessi compiuti dalle armate sabaude, in quanto unico rimedio allo “sfacelo
del Regno di Napoli”, in realtà inesistente grazie alle innovazioni
tecnologiche - tra le altre, la prima ferrovia nazionale - introdotte dai
Borboni. Insensato, per puro laicismo opportunista o per eccessivo clericalismo,
apprezzare o condannare la lotta al potere temporale della Chiesa, contestato,
tra l’altro, già dal cattolicissimo Dante e dal laico Machiavelli. Non è
giusto né storicamente accettabile paragonare Garibaldi, Mazzini e Cavour “ai
criminali nazisti”, come ha fatto Vittorio Messori. Illogico pensare di fare nuovamente
a pezzi il Paese, ipotizzando un “Parlamento delle due Sicilie” (a Caserta); o “L'indipendenza
di Capri dall'Italia”, chiesta dal suo sindaco, o l’irreale “Padania” sognata,
tempo fa, da Bossi. Altrettanto irrazionale deviare dal doveroso sentimento di
Patria per timore di ricadere in un rinnovato nazionalismo alla Mussolini.
Demitizzare il Risorgimento e continuare
con le polemiche è controproducente, non fosse altro perché ha come
effetto solo quello di sminuire ancora di più il già scarso senso
civico che si registra, molto spesso, nel Paese. C’è, piuttosto, da
contrastare queste posizioni antirisorgimentali che trovano seguito e spazio
nei congressi, su Internet, nei giornali, nei libri; e che danno fiato ad una descrizione
del passato tutt’altro che realistica, nella quale - e cito ancora Galli della
Loggia - “dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di
oggi: quello del giustizialismo più grossolano …e il complottismo
maniacale che vede misteri dappertutto”. Recuperiamolo nel suo valore reale, il
Risorgimento! Aiuta a comprendere meglio gli italici valori, le nostre tradizioni,
ed anche i tanti vizi, portando addirittura a correggerli ed eliminarli. E magari
a concretizzare il progetto di D'Azeglio, quel “abbiamo fatto
l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani” che, a quanto sembra, resta finora
un sogno.
Egidio Todeschini
11.2.2010