Ancora un 25 Aprile di parte

Una ricorrenza sempre piena di polemiche e contrasti. L’indebita appropriazione da parte della sinistra di una festa nazionale

 

Non si stupisca il lettore se mi attardo sulla giornata del 25 Aprile. A spingermi a ciò sono la lettura e l’ascolto delle relative cronache piene, tanto per non cambiare, di polemiche e di contrasti che stridono con la memoria di una ricorrenza che consacra – o dovrebbe consacrare – il concetto di “unità nazionale”. E’ il costatare che a Milano, città protagonista della “Liberazione”, per festeggiarla si sono visti solo 10 Tricolori, sommersi in un oceano di bandiere rosse. E’ l’appurare che una buona metà degli Italiani non “sente” la ricorrenza e che il 25% di essi non conosce né il significato di quella data né i fatti che la determinarono.

Suppongo, e credo di non sbagliare, che un sondaggio del genere, effettuato tra gli Italiani all’estero, darebbe una percentuale ancora più alta. Da qui la decisione di offrire a chi mi legge l’occasione per fare un ripassino di quella pagina della nostra storia nazionale che orgogliosamente definiamo “Resistenza”. Il che permetterà di schiarirsi le idee e di capire, forse, il perché di tante dispute ed anche di certa violenza verbale. 

Incominciamo con il dire che a “resistere” contro le armate naziste non fummo solo noi Italiani ma praticamente tutti i popoli che ne erano stati invasi. La Resistenza ci fu, sia pure con modalità diverse, in Norvegia, Paesi Bassi, Belgio, Olanda, Danimarca, Grecia, Cecoslovacchia, Polonia, Francia ed Jugoslavia. In Italia, però, fu alimentata anche dalla ribellione al regime fascista e dalla lotta di classe improvvisata dai comunisti, tanto da degenerare a tratti in guerra civile.     

 Ufficialmente ebbe inizio dopo l’armistizio dell’8 settembre, voluto da Badoglio, che colse di sorpresa un po’ tutti, soprattutto gli “alleati” tedeschi che si sentirono traditi. Anche perché solo pochi mesi prima, su richiesta di Mussolini, avevano inviato in Italia alcune Divisioni con le quali contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane sbarcate in Sicilia (9-10 luglio 1943). Ne conseguì, da una parte, lo sbandamento dell’Esercito italiano rimasto senza direttive; dall’altra l’occupazione militare da parte dei nazisti ai quali si affiancarono i fascisti confluiti, in buona o cattiva fede, nella Repubblica di Salò.

Le prime bande partigiane, nelle quali s’inserirono i tanti soldati che, per sfuggire alla deportazione o all’arruolamento con i fascisti, preferirono la via dei monti, nacquero nelle Marche; poi si estesero in Toscana, nel Cuneese, in Val d’Ossola, nell’Appennino ligure, nel Friuli e nella Venezia Giulia. Ebbero “colori” politici diversi e, quindi, nomi diversi: se “Giustizia e Libertà” faceva riferimento al Partito d’Azione, le “Brigate Garibaldi” ubbidivano agli ordini del Partito Comunista, le “Brigate Matteotti” erano organizzate dai socialisti, le “Fiamme Verdi” e le “Brigate del Popolo” combattevano per altri ideali, la “Organizzazione Franchi” per quelli liberali. Né mancarono gruppi monarchici e repubblicani.

Seguirono due anni di lotta e di sangue, di successi e di batoste, di eroismi e di vergogne (l’inutile attentato di via Rasella, a Roma, tanto per citarne una). I partigiani misero in atto diverse strategie, dalle azioni di guerriglia alle insurrezioni di massa nelle città, dalle imboscate ai sabotaggi, aiutati dalle popolazioni, che ne pagarono lo scotto con feroci rappresaglie, e dagli aerei degli Alleati che paracadutavano loro viveri ed armi. Onore al merito.

Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: la liberazione ci è venuta dagli anglo-americani, non dai partigiani che, costretti com’erano a vivere alla macchia, spesso isolati tra di loro, relativamente pochi e poco armati rispetto alle forze tedesche, non ce l’avrebbero fatta a prevalere. Ne abbiamo la conferma storica nella battuta d’arresto che si registrò tra l’estate e l’autunno del 1944 quando, in seguito alla sospensione delle operazioni militari alleate, le formazioni partigiane si sciolsero, salvo ricostituirsi nella primavera del 45, in concomitanza della ripresa e definitiva vittoria anglo-americana. E’ un fatto: solo a Genova, tra tutte le città del Nord occupate dai nazisti, i Tedeschi sloggiarono in seguito ad un accordo con il Cln (Comitato di liberazione nazionale).

Al 25 Aprile seguirono gli eccidi, le stragi, gli omicidi, le torture, i linciaggi dei partigiani comunisti passati alla resa dei conti, come narrato da Gianpaolo Pansa nel suo recente “Il sangue dei vinti”: quasi 20.000 Morti, molti del quali tutt’altro che fascisti. Ed inizia l’appropriazione indebita del successo. Se ne presero il merito, i comunisti, quasi fossero stati i soli a combattere e morire. Per restituire “libertà e democrazia” all’Italia, dissero e dicono, dimenticando di specificare che agirono in nome di un credo politico e di un’ideologia che, quanto ad orrori, non erano secondi a nessuno. E che, se avessero prevalso, ci avrebbero fatto passare da un regime autoritario, quale era il fascismo, ad una dittatura sanguinaria come quella che s’instaurò nei Paesi dell’Est e nella vicina Jugoslavia.

Appropriazione indebita che dura tuttora, se la sinistra pensa di poter ancora decidere chi può partecipare alla Festa e chi no; se può utilizzarla per finalità politiche attuali; se può approfittarne per bruciare in piazza bandiere americane ed israeliane o manifestare con gli slogan (“Berlusconi e Follini, farete la fine di Mussolini”) una vergognosa voglia di rivivere lo scempio di piazzale Loreto, che nessun amore per la democrazia può giustificare. E se può contestare al sindaco Albertini di Milano il desiderio di avere un “25 aprile tricolore”. Per simboleggiare una reale, e non di parte, riconquista dell’Unità nazionale.     

Egidio Todeschini   

 

 

30.4.2005