L’Unità d’Italia ancora bistrattata
Nonostante le diverse origini territoriali e le idee politiche di ciascuno dobbiamo amare la nostra Patria. Terra ricca di storia e cultura

 

Dopo il riassunto della storia del Risorgimento grazie al quale la nostra Penisola si è liberata dai tanti domini che la affliggevano, vediamo ora perché bisognava “fare gli Italiani”, come aveva detto Massimo D’Azeglio. Ed appuriamo se tale difficile impresa sia arrivata a buon porto o se dobbiamo ancora acquisire quel senso civico che caratterizza i popoli coscienti ed orgogliosi della propria nazionalità. Esame indispensabile per comprendere le diverse ed opposte prese di posizione nei confronti della celebrazione del 150° anniversario della nascita dello Stato italiano. Critiche di chi sostiene che “la calata dei Piemontesi al Sud fu peggio delle scorrerie naziste”; o di chi, come i leghisti di Bossi, ritiene che il federalismo e le camicie verdi sono più importanti della Patria e del Tricolore. Ai quali si contrappongono coloro che ritengono giusto celebrare la nascita del nostro Stato, ma dimenticano che, senza i Savoia, non ci saremmo riusciti. Quanto meno, non in quell’anno.

Giudizi che mettono il Risorgimento sotto processo, dopo averlo espulso, come ha rilevato giorni fa Ernesto Galli della Loggia su il Corriere della Sera, perfino dal circuito scolastico. Valutazioni negative, in parte già espresse quando fu proclamato il Regno d'Italia, da chi aspirava sì all’unificazione, ma non alla monarchia sabauda: tra questi, ricordiamo Mazzini e Gioberti. Ma che, benché spesso aspre, non avevano mai ceduto alla tentazione di mettere in dubbio il carattere positivo dell'esistenza dello Stato nazionale. Come invece fa lo scrittore Francesco Agnoli che, in un suo articolo su il Foglio, scrive : “Da cosa doveva risorgere la patria delle università, della scienza, della medicina, dell’arte, di Dante, Giotto, Cimabue, Petrarca? La storia degli stati pre-unitari è… gloriosa, parla di repubbliche come Genova e Venezia, che hanno dominato i mari, di ducati come quelli di Mantova e Parma, delle decine di capitali che costellavano la nostra penisola… Insomma, il “bel paese” dove i romantici venivano a godere l’arte, la poesia, la musica, la buona cucina”. O come fa Pino Aprile che, nel suo libro Terroni (Piemme), rivendica­ l'orgoglio meridiona­le e sostiene che l'Unità ha danneggiato il Sud e ridotto i suoi abitanti a “Italiani di seconda scelta”. Due citazioni fra le tante lette o sentite.

Indubbio che lo Stato nato nel 1861 avesse alle spalle una tradizione artistica, culturale e religiosa notevole, nata nel Medio Evo e sviluppatasi con il Rinascimento. E che la spedizione dei Mille e le guerre d’Indipendenza abbiano provocato morti, feriti, danni e distruzioni. Ma altrettanto innegabile che l’Italia usciva da secoli di dominazioni, di ducati e granducati, di regni indigeni o stranieri che avevano alimentato il campanilismo e comportato guerre, anche civili, e rivoluzioni, causando una diffusa miseria, la mancanza di sviluppo economico ed un analfabetismo notevole, soprattutto nel Sud per la scarsità di scuole e l’impossibilità di mandare i figli a lezione, stante la povertà delle classi agricole. Il che, all'indomani dell'unificazione, comportò al Regno notevoli difficoltà nell’affrontare gli innumerevoli problemi di un territorio 12 volte più grande del Piemonte, avendo tra l’altro le casse statali vuote per le spese belliche e per l’assunzione dei debiti degli Stati che aveva assorbito. Né si potevano ridurre le spese, perché bisognava costruire strade e scuole, fare bonifiche e creare una moneta unica al posto delle 8 esistenti. Nonché far fronte ai diversi dialetti in una Penisola che, dei 21 milioni di abitanti, ne contava 16 di analfabeti.

L’ignoranza rendeva incomprensibili a molti le leggi piemontesi estese a tutto il territorio e difficile agli Italiani delle varie Regioni capire di far parte di un unico Stato. Soprattutto nel Sud ove i contadini poveri, che avevano sostenuto l'impresa di Garibaldi sperando di migliorare le loro condizioni di vita con una riforma agraria che invece non fu fatta, si scontrarono anche con il servizio militare, prima facoltativo, ora obbligatorio per cinque anni, durante i quali veniva tolto alle famiglie l’aiuto dei giovani nei campi. Ai quali diventava difficile perfino il rapporto epistolare diretto, impossibile se non si sapeva leggere e scrivere, salvo rivolgersi al cappellano militare e al prete locale.

Non fu tutto aureo l’inizio dello Stato Italiano, completatosi nel 1918 quando, riconquistati i territori nord orientali, riebbe i confini indicati da Dante: “Sì com’a Pola presso del Quarnaro / ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”. Tante e motivate le critiche di chi ne stigmatizza le influenze negative sui contadini, spesso poi costretti ad emigrare. Rispettabili anche le ragioni dei Cattolici o dei difensori degli Asburgo e/o dei Borboni. Dirò di più: doveroso ricordare fatti, misfatti, punti oscuri ed eccessi che ne conseguirono, da una parte e dall’altra. Ma oggi l’Italia esiste come Stato che vanta cultura e tradizioni, che la fanno primatista mondiale. Ed esiste come Nazione, sia pure ereditata, come ha detto recentemente il Capo dello Stato, “con le sue tare”, non ultima quella dell’opportunismo del Franza o Spagna, purché se magna. E di quei vecchissimi vizi dei suoi cittadini, per dirla con il Manzoni, sempre “l’un contro l’altro armati”. Eredità che ci portiamo dietro da secoli e di cui non riusciamo a liberarci. Ma proprio per questo l’Unità meriterebbe una festa che ne ricordi annualmente, non solo una volta ogni 100 o 150 anni, la nascita, l’evoluzione, i progressi, i successi e, perché no?, anche gli errori. Rendere il 17 marzo giorno festivo solo per quest’anno è un errore. Come lo fu abolire la festività del 4 novembre.

Egidio Todeschini

4.2.2011